Incontri di discernimento e solidarietà
 
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SULLA VIA DI DAMASCO

di Pino Stancari



Al centro della ricerca del nostro evangelista Luca, catechista e teologo, c'è il mistero della vita cristiana, c'è il Cristo. E' in lui, figlio fatto uomo, che si è compiuta la visita di Dio per la salvezza dell'umanità. Fino al cap. 5 del nostro libro l'evangelo si esprime nella sua fecondità, nella sua capacità di coinvolgere la realtà umana con il mistero del Figlio che è morto ed è risorto ed asceso al cielo, in pienezza di Spirito Santo. Gli uomini sono resi profeti, sono abilitati a vivere in nome di Gesù. In rapporto a Gesù che è il Figlio vivente intronizzato nella gloria, lui che è passato attraverso la condizione umana, scandagliandola fino alla sua profondità più abissale, fin dentro le vergogne della morte. Ed ora, ecco, gli uomini sono chiamati a entrare in relazione con Gesù e in questo modo sono chiamati ad intraprendere il cammino del ritorno alla vita, il cammino della conversione. L'evangelo è questa forza nuova operante nella storia di tutti gli uomini.


Da Gerusalemme al mondo


Fino al cap. 5 tutto avviene a Gerusalemme. L'interlocutore primario della evangelizzazione è il popolo d'Israele. Sarà così per i tempi che verranno: non c'è evangelizzazione che possa prescindere da quel riferimento al popolo d'Israele, che rimane segnato da tutto il percorso compiuto durante l'epoca della grande preparazione: dalla vocazione dei patriarchi, alle promesse ad Abramo e fino alla pienezza del Cristo. Destinatario in primo luogo della evangelizzazione è il popolo d'Israele. Ma le pagine che seguono negli Atti degli Apostoli ci hanno manifestato che a partire da quella comunità di discepoli che si è costituita a Gerusalemme dopo la Pasqua, l’evangelizzazione supera i confini delle mura di Gerusalemme in una crescita che trabocca verso regioni sempre più remote.

L'evento decisivo è costituito dalla prima persecuzione, là dove è coinvolto Stefano. Stefano con il suo modo di accogliere e offrire testimonianza ai propri interlocutori è sacramento che oramai chiama altri alla relazione con Gesù Messia e Signore.

Da questo momento in poi la prima chiesa, la chiesa madre di tutte le chiese, dimostra di essere matura per affrontare l'impegno della missione che si proietterà in ogni direzione. Da Stefano in poi il racconto nel libro degli Atti illustra quel che succede in questa corsa missionaria, per adesso è appena accennata. Essa proseguirà nel corso delle generazioni e farà costantemente appello a quella prima testimonianza di cui esemplare è stato Stefano l'evangelizzatore.

Noi ci siamo appena affacciati su questo orizzonte. Le pagine del cap. 8 hanno il valore di un intermezzo. Dobbiamo ristabilire un contatto diretto con la figura di un personaggio che già era comparso proprio in relazione al martirio di Stefano. Si tratta di Saulo.

La potenza dello Spirito Santo che sigilla la nostra vita umana nella vita gloriosa del Signore risorto dai morti, è potenza trascinatrice lungo i percorsi della storia umana. Ci sarà una crescita inesauribile nel corso di generazioni, dei secoli, dei millenni, fino ad oggi. Essa si radica nella testimonianza di un amore che porta in sé una fecondità di vita vittoriosa sulla morte.


Saulo il missionario di Israele

Abbiamo incontrato Saulo tra la fine del cap. 7 e l'inizio del cap. 8 in occasione della lapidazione di Stefano. Saulo era presente, approvava, custodiva i mantelli, infuriava contro la chiesa in un atteggiamento di ostilità, di insofferenza, di intransigente opposizione, non soltanto nei confronti di Stefano, ma nei confronti di tutti coloro che, come Stefano, sono divenuti profeti nel nome di Gesù, testimoni della Pasqua di Gesù messia e Signore. Saulo è oppositore intransigente ed è in questo atteggiamento che adesso viene segnalato alla nostra attenzione all'inizio del cap. 9.

«Saulo frattanto, sempre fremente minaccia strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati».

Il termine dottrina in greco è odou, cioè cammino, via. Dunque Saulo ha una responsabilità pastorale, gli è stata assegnata, lui stesso se l'assume, lui stesso chiede conforto per dare forma a convinzioni di cui è sostenitore rigoroso. Saulo è un teologo formato alle scuole rabbiniche di Gerusalemme, proviene da Tarso. E' uno di quelli che si chiamerebbero ellenisti. E' un giudeo di lingua madre greca, anche se poi per motivi di parentela e per motivi di studio, si è, in età già ancora molto precoce, fermato a Gerusalemme e lì ha trascorso gli anni della sua giovinezza. E' un uomo giovane, forse giovanissimo, certamente molto dotato. Saulo è intransigente nelle osservanze. Egli si rivolge alla gente del suo popolo, si rivolge a questi che sono divenuti discepoli del Signore, tutti giudei, e loro chiede e pretende che si impegnino nella piena osservanza dei precetti.

Questa pretesa così insistente ed energica dipende da una convinzione che qualche volta a noi sfugge. Noi potremmo avere l'impressione di avere a che fare con un fanatico, un bigotto, un uomo religioso ossessionato. Non è così. Saulo è dall'inizio di tutta la sua ricerca motivato da un problema pastorale che lo apre ad affacciarsi su un orizzonte ampio, nel quale è presente la totalità della famiglia umana, la moltitudine dei popoli, la storia degli uomini. Saulo è un ellenista, un uomo nato in un mondo pagano. E’ un uomo cresciuto parlando il greco, ha esperienza del mondo e di quel che significa la presenza nel mondo della moltitudine umana: la varietà dei popoli, delle culture, gli interrogativi per quanto riguarda la storia dell'avvenire. Nella storia umana Israele ha una sua vocazione particolare che riguarda la sua responsabilità nei confronti del mondo, della storia, di tutti i popoli. Saulo è così intransigente nel pretendere che la gente del suo popolo si confermi negli impegni dell'osservanza perché vive personalmente tutto questo, esige che tutto questo sia condiviso dagli altri della sua gente per un motivo missionario. Nel disegno misterioso di Dio la salvezza dell'umanità dipende da Israele, dalla serietà, dalla coerenza con cui Israele risponderà alla sua vocazione. E la vocazione d'Israele, non c'è dubbio, è organizzata nella forma dell'alleanza: è attraverso il dono della legge che Israele è stato coinvolto nel rapporto d'alleanza. Israele, rispondendo alla sua particolare vocazione, assumendosi la particolare responsabilità che gli è stata affidata, non vanta un privilegio proprio ad esclusione del resto del mondo. Quando Israele assume in modo così radicale, noi diremmo: ossessivo, l'impegno delle osservanze non sta rivendicando a sé una identità speciale ad esclusione di tutte le altre creature di Dio. Tutte le altre creature di Dio sono amate da Lui e chiamate alla salvezza. Ma la storia della salvezza, così come Dio l'ha voluta passa attraverso Israele. E’ in Israele che si realizza l'opera di Dio. L’intransigenza di Saulo è interiormente orientata da una motivazione missionaria. Saulo è missionario prima ancora di diventare discepolo del Signore. Non è dedito a imprese persecutorie perché è manesco o settario. Lui sta chiamando con una passione generosissima quelli del suo popolo a radicarsi nelle osservanze perché è da questa coerenza rigorosa, ferma, risoluta, paziente con cui Israele risponde alla propria vocazione, che dipende la storia della salvezza per i popoli.


La caduta rovinosa


Saulo parla: bisogna intervenire perché ci sono situazioni che ci sfuggono di mano e ci sono dei rischi a cui bisogni immediatamente opporre delle alternative chiarificatrici. Saulo in viaggio sulla strada verso Damasco è informato, ha studiato. E’ un teologo serio, onesto. Sa che cosa dicono quei tali. Non ha antipatia per loro perché sono tra l'altro tutti giudei. E’ perfettamente informato sul loro linguaggio, sui contenuti della loro testimonianza. Sulla strada che lo conduce a Damasco Saulo stramazza a terra. E' una caduta rovinosa. E’ una caduta non solo nel senso di un incidente, ma caduta nel senso teologico. Saulo porta dentro di sé un castello teologico che ad un certo momento crolla. E’ un crollo da cui non si riprenderà facilmente. La cosiddetta conversione di Saulo sulla strada di Damasco non è un'improvvisa illuminazione, semmai è un improvviso accecamento. Saulo si converte nel momento in cui non ci vede più, nel momento in cui si accorge che la sua costruzione teologica frana. E Saulo non ha ancora un linguaggio adatto per spiegare quello che sta succedendo.

«E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco».

E' importante notare l'accenno a questa permanenza sulla strada. Era già accaduto a Filippo. Qui è Saulo sulla strada. Gli stessi discepoli del Signore sono stati indicati come i seguaci della strada. Saulo sulla strada. Stava per avvicinarsi a Damasco quando «all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Uno scandalo, un inciampo, un crollo. Saulo lungo quel percorso sta rimeditando le sue cose, sta ripensando ai suoi principi teologici, sta rielaborando con intensità emotiva, con passione culturale, con generosità morale la sua concezione teologica delle cose. La salvezza, la salvezza universale, dipende dalla risposta di Israele alla sua vocazione. Il problema di fondo per Saulo non è la salvezza mia, o la salvezza nostra, o la salvezza di quelli di casa, ma la salvezza dell'umanità. Un crollo. Paolo urta contro la presenza del perseguitato: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti. «Rispose: Chi sei, o Signore?». Tu sei il Kyrios, chi sei? Kyrios, per Saulo, è il titolo con cui ci si rivolge al Signore onnipotente, il vivente, il santo. Saulo si trova dinanzi a questa luce che lo abbaglia, si trova dinanzi a questo evento che lo disorienta, lo spiazza, lo confonde rispetto a quelle che erano le sue sicurezze. Sicurezze motivate, studiate e sempre in discussione. «Io sono Gesù, che tu perseguiti!». Questo gli dice la voce. Saulo si trova dinanzi a Gesù perseguitato. Lui lo sa bene, lui sa con chi ha a che fare. Ebbene Gesù, il perseguitato, Gesù l'infame, Gesù il maledetto, che pende dal legno, Gesù lo svergognato è il Kyrios, il vivente, che rivela a me, a noi, agli uomini, la santità dell'amore di Dio. E’ una folgorazione che non si traduce immediatamente in una chiara visione delle cose, ci vorranno anni perché Paolo rimetta in piedi una teologia adeguata per interpretare quello che gli è avvenuto. Paolo scopre che la salvezza universale non si è compiuta in Israele e in forza delle osservanza a cui Israele è chiamato e per le quali Israele si impegnerà; la salvezza universale avviene in forza di quel personaggio miserabile che è stato inchiodato su una croce e che si chiama Gesù. In lui è il mistero santissimo del Dio vivente, in lui è la gloria. Qui si sfogano per Saulo tante angosce represse che metterà a fuoco successivamente. La fatica di insistere con tanta passione, con tanta generosità nell'impegno delle osservanze e non farcela mai! Non è tanto questione di non farcela io, o noi, io per me, noi per noi, ma di non farcela in modo tale da non poter offrire quel segno corrispondente alle intenzioni di Dio per la salvezza del mondo. Su questo Paolo rifletterà nella lettera ai Galati, ai Romani. Ma qui è tutto in qualche modo già compiuto in un evento unico che nella sua esplosiva potenza luminosa diventa accecante. Saulo non ci capisce più niente, non sa più dove sta andando, ha perso la strada, l'ha persa dentro. Qualche volta si pensa alla conversione di Saulo sulla strada di Damasco in modo oleografico: Saulo incontra, capisce e parte. Saulo era missionario prima, adesso resta inchiodato a terra. La storia di un uomo che si converte è la storia di un uomo che non sa più che pesci pigliare. Saulo si converte nel momento stesso in cui stramazza al suolo e resta inchiodato, non ha più una strada. Gesù che tu perseguiti, sono io, il Kyrios.

«Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare.» «Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno».


Affidato ad altri


Sentono dei rumori, parla da solo, Saulo è diventato matto. Non si sa con chi parla, cosa sta dicendo, cosa sta borbottando. Intanto è steso a terra e nessuno capisce niente. Crollato. «Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla». Aperti gli occhi, non vedeva nulla, questa è la situazione di Saulo. C'è un uomo che si trova su una strada sconosciuta, senza riferimenti immediati, cieco. E’ un uomo per il quale non ci sono prospettive favorevoli: «guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda».

Dunque c'è qualcun altro che interviene. Questo è già un primo elemento. Saulo constata che per lui non c'è seguito, non c'è prospettiva ulteriore, non c'è strada da percorrere, per lui non c'è luce, non c'è vita se non c'è qualcuno che si prende cura di lui. Saulo costata che per lui c'è prospettiva di vita soltanto in atteggiamento di debito, soltanto se qualcuno lo prende per mano e se lo porta dietro, soltanto se qualcuno si avvicina a lui e si fa carico di lui. Rimase a Damasco 3 giorni, è cieco, non mangia e non beve: una situazione che sembra esprimere una specie di rinuncia alla vita. A questa vicenda se ne aggiungeranno altre che ribadiscono con crescente intensità lo stesso richiamo per Saulo: tu sei debitore, tu non ce la puoi fare, tu dipendi da qualcuno che si prende cura di te. Così, già lungo la strada di Damasco, sullo sfondo, si delinea il mistero della salvezza, l'evangelo. Dio salva non in forza delle osservanze, a cui pure Israele è stato chiamato, e questo resterà vero e vero per sempre, Dio salva attraverso quel personaggio maledetto, che è stato inchiodato alla croce e che sta li a dimostrare come Dio opera nella storia degli uomini così da raccogliere quelli che non ce la fanno. Saulo a Damasco non sa cosa fare. Cosa succede adesso?

«Ora c'era a Damasco un discepolo di nome Anania». Un altro dei piccoli personaggi che compaiono qua e là nel racconto degli Atti . I piccoli svolgono un ruolo di grande valore. Anania è un discepolo, un giudeo osservante, sta a Damasco, appartiene a quella sinagoga, ma è già un discepolo. Evidentemente qualcuno già è arrivato a Damasco, ci sono dei simpatizzanti, c'è una piccola comunità di discepoli. Anania è in preghiera e il Signore lo chiama: «Anania! Rispose: Eccomi, Signore! E il Signore a lui: Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». Nel frattempo Saulo è cieco. C'è una visione di Anania che gli consente di vedere Saulo e una visione di Saulo che gli consente di vedere Anania: si vedono già attraverso la cecità, tra di loro.

Anania dovrebbe andare a trovare Saulo. Per quanto Anania ne sa, Saulo è arrivato a Damasco per svolgere una funzione repressiva. Saulo è un personaggio da tenere a distanza, un personaggio pericoloso, da cui guardarsi. E il Signore gli dice: va a trovarlo, lui ha bisogno di te, lui ci vede se tu lo guardi, se tu non lo guardi lui rimane cieco, per vederci ha bisogno di essere guardato da te. L'episodio che Luca ci descrive ci conduce a una svolta anche in questo caso decisiva. Se Anania non guardasse Saulo, se Anania non si accostasse a Saulo, se Anania non si prendesse cura di Saulo, Saulo resterebbe bloccato in quella situazione di inappetenza, oscurità, solitudine, in cui è sprofondato. Da un passaggio all'altro è confermata quella situazione di debito di cui Saulo sta cogliendo il valore decisivo nella sua esperienza di uomo, di credente, e ... di discepolo.

«Rispose Anania: Signore, riguardo a quest'uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme». «Inoltre ha l'autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome».«Ma il Signore disse: Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».

Anania non capisce bene quali siano i significati di questi accenni che orientano verso un avvenire così indecifrabile, ma intanto va'.

«Allora Anania andò, entrò nella casa», «gli impose le mani» «e disse: Saulo, fratello mio».

Attenti: Saulo, fratello mio. Questo Saulo non se l'aspettava. Ancora una volta Saulo è debitore, non soltanto nei confronti di quei tali che l'hanno preso per mano lungo la strada, ma nei confronti di un povero uomo come Anania che, superando tutte le resistenze, con un briciolo di coraggio è andato a trovarlo e gli ha detto: fratello mio. Lo ha guardato nella sua cecità:

«Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo».

C'è Anania, ma accanto ad Anania, dietro ad Anania, insieme con Anania c'è una piccola chiesa che si muove. Saulo, fratello mio!

«E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono».

Un piccolo e povero cristiano come Anania ha il coraggio di riconoscere Saulo come fratello. Saulo è evangelizzato. Saulo sulla strada di Damasco non ha ancora capito nulla. Adesso un piccolo e povero cristiano come Anania lo evangelizza e lo evangelizza perché lo riconosce fratello, perché lo chiama fratello. Si avvicina a lui, gli impone le mani e stabilisce un rapporto di solidarietà, diretta, immediata, trasparente. Saulo ci vede, subito battezzato riprese cibo, le forze ritornano.


La porta che si chiude dietro: Damasco


Nei versetti seguenti Luca, in poche righe, sintetizza quello che avviene nel corso di alcuni anni. Saulo trascorre due o tre anni a Damasco, così come ci racconta nella lettera ai Galati. Sono tempi di ritiro, tempi di preghiera, tempi dedicati all'ascolto e allo studio. Qui Luca se la sbriga molto sollecitamente con poche battute: vv. 19-25:

«Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio».

Questa è una citazione implicita del Salmo 2, grande salmo messianico: «Dice il Signore: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato». Gesù Figlio di Dio.

«E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?».

Sono già informati, si aspettavano ben altro da Saulo. E invece Saulo

«si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo».

Il messia, Gesù. Saulo è un uomo che si sta aprendo alla esperienza di una nuova fraternità, quella fraternità che riguarda non semplicemente coloro cui Saulo è legato per l'appartenenza ad un unico popolo, per un'unica tradizione teologica, una relazione a cui Saulo non rinuncerà mai, ma che raccoglie tutti gli uomini di ieri, di oggi di domani, tutti gli uomini che muoiono e che sono chiamati alla vita. Nel nome di Gesù.

«Trascorsero così parecchi giorni».

Sappiamo che passano quasi 3 anni. I tempi si allungano. Questa fatidica conversione di Saulo non è episodio di un momento. Anni di preghiera, di studio, di raccoglimento, di confronto, di dialogo, e certamente anche di fatica e di conflitto, di solitudine, di esperienza sempre più indicibilmente smisurata, esperienza di fraternità, senza misura.

E intanto «i Giudei fecero un complotto per ucciderlo».

Saulo deve fare i conti con queste difficoltà che compromettono la sua situazione in rapporto all'ambiente dei giudei, che è il suo ambiente. Tra l'altro è anche l'ambiente nel quale sono ancora inseriti quei discepoli del Signore Gesù che provengono anch'essi tutti dalla grande comunità d'Israele. I Giudei complottano contro Paolo per ucciderlo,

«ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta».

Un’impresa poco gloriosa, ma necessaria perché Saulo si allontani indenne. Si trova una porta chiusa dietro le spalle. Una porta sbattuta dietro le spalle. A suo tempo, Pietro aprì una porta e aprirà altre porte ancora, mentre Saulo è un personaggio che negli Atti è caratterizzato da questa esperienza del vedersi chiudere la porta dietro le spalle. Saulo non si impressiona. In realtà è avviato lungo percorsi che lo coinvolgono in una relazione di fraternità che è smisuratamente più ampia, più ricca, più feconda, più universale. Nei fatti è costretto a scappare da Damasco, nella prospettiva sta imparando a respirare con una ampiezza di polmoni sempre più incontenibile.


La porta che si chiude dietro: Gerusalemme

Saulo torna Gerusalemme, sono passati pochi giorni, in realtà sono 3 anni.

«Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli».

Il verbo greco significa: cercava di aggrapparsi, di incollarsi, di inserirsi. E’ un uomo la cui vita è stata trasformata, un convertito, cerca una chiesa in cui inserirsi, collocarsi, trovare il suo ambiente. Cerca una chiesa e la risposta consiste in un sospetto, addirittura una reazione timorosa. Quando un vero convertito si presenta alla porta della chiesa, fa paura. Saulo fa paura, non ne vogliono sapere,

«ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo».

Avevano le loro buone ragioni perché a suo tempo avevano conosciuto Saulo in ben altra veste, non si fidano di lui. Interviene un altro personaggio che si inserisce nella sequenza di quei tali che lo avevano preso per mano lungo la strada. Anania a Damasco è andato a trovarlo e lo ha chiamato fratello, a Gerusalemme Barnaba si è fatto garante per lui. Se non fosse stato per Barnaba, Saulo sarebbe stato ancora là, che bussa alla porta della chiesa. Forse il mondo è pieno di convertiti che bussano alla porta della chiesa. Saulo sarebbe ancora là. Barnaba è un soprannome, lo abbiamo già incontrato e si chiama Giuseppe. Doveva essere un omone perché più avanti veniamo a sapere che era imponente per cui in un certo momento viene confuso con una manifestazione di Zeus. Come spesso capita agli uomini grassi, è un omaccione benevolo, un uomo dotato di cordialità istintiva, un uomo capace di mediare, una di quelle figure che non mancano mai nelle nostre chiese. Il soprannome vuol dire: “figlio della consolazione”. È un consolatore nato, è un mediatore carismatico. Barnaba si fa avanti:

«Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù».

Barnaba dice: rispondo io per lui. Ancora una volta Saulo è debitore nei confronti di un personaggio simpatico, per certi versi un po' sprovveduto, modesto, ma che ha consentito a Saulo di entrare, di essere accolto e riconosciuto nella chiesa di Gerusalemme.

«Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore».

Saulo non se lo fa suggerire da nessuno, lui già è attivissimo, andava e veniva

«e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo».

Saulo si rimette nei pasticci. E’ mosso da una passione pastorale e dottrinale tale per cui nessuno può bloccarlo. Ad un certo momento la situazione è divenuta così rischiosa che gli altri gli dicono: Guarda, noi siamo contenti di averti accolto dopo tutto quello che Barnaba ci ha detto a tuo riguardo, però adesso è bene che tu parta.

«Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso».


Dieci anni a Tarso


I fratelli, qui c'è una nota umoristica, gli pagano anche il biglietto. Tornatene a casa, l'aria nativa ti farà bene, là ti si schiariranno le idee e poi nel tuo ambiente potrai dialogare con le persone adatte a te: i tuoi vecchi amici, i compagni, i parenti. Lo fecero partire per Tarso.

E' un'altra porta che si chiude, questa volta è la porta della chiesa di Gerusalemme. Non è una chiusura drastica, però è un’altra porta che si chiude. Saulo si imbarca e se ne va a Tarso. Resterà a Tarso circa 10 anni! Ma come? Saulo è sceso in campo, c'è l’evangelizzazione che preme e cosa fa Saulo? Riprende in mano l'azienda di famiglia, il suo lavoro e poi la preghiera, lo studio, il lavoro. Tarso, finito.

«La Chiesa era dunque in pace». Qui è una nota umoristica del nostro Luca. E’ proprio un narratore-teologo, racconta i fatti e fa teologia. Come si sta in pace una volta che Saulo se n'è andato.

«La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo».

Una crescita in assenza di Saulo, anche questo fa parte della vera conversione di Saulo: rendersi conto che la chiesa cresce anche senza di lui. E intanto Saulo, per quanto lo riguarda, ha davanti a sé la prospettiva di tutta una vita dedicata al lavoro, allo studio, alla preghiera.


La chiamata di Barnaba: Antiochia


Saltiamo al cap. 11, v. 19. Sono passati anni e nel frattempo sono successe tante cose. Veniamo a sapere che Pietro per la prima volta ha evangelizzato un pagano. Questo è avvenuto non per opera di Saulo, ma per opera di Pietro. E' avvenuto un passaggio decisivo che sconvolge tanti equilibri, ma è la prima volta. Adesso il fenomeno diventa sempre più vistoso. Questo avviene ad Antiochia, dove il fatto che pagani vengono evangelizzati e si convertono diventa un fenomeno di massa.

«Intanto quelli che erano stati dispersi dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia e non predicavano la parola a nessuno fuorché ai Giudei».

Nel primo periodo ai Giudei. Certo anche in regioni sempre più lontane da Gerusalemme, trattando con gente che appartiene al popolo d'Israele in forme sempre più marginali. Comunque Giudei.

«Ma alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù».

Questo avviene dopo che per la prima volta Pietro ha evangelizzato un pagano a Cesarea. Adesso succede che altri ancora si dedicano alla evangelizzazione dei greci. Siamo ad Antiochia, una grande metropoli. Tra l'altro Luca, il nostro narratore teologo ed evangelista è antiocheno, c'è anche lui ad Antiochia.

«E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore».

Dunque un fenomeno di massa, sempre relativamente, però il fatto non passa più inosservato. A Gerusalemme, nella chiesa madre, vengono informati, si rendono conto di quello che sta succedendo ad Antiochia, è un fenomeno da affrontare. Cosa fanno?

«La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia».

Barnaba è la persona adatta per indagare, rendersi conto, per le sue qualità di uomo amante del dialogo. Saprà trovare delle soluzioni rispettose per tutti. Barnaba ad Antiochia.

«Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore».

Barnaba porta con sé allegrezza, sorride, subito si compiace, un uomo buono dice il testo greco, agatos: uomo di cuore. E non è nemmeno uno stupido, perché non bisogna essere per forza stupidi, quando si è buoni. Barnaba si rende conto che con i suoi sorrisi, con le sue manate sulle spalle e tutto il resto, non combina niente, capisce che così non vanno le cose.

E sapete cosa fa Barnaba? Si ricorda di Saulo. Qui ci vorrebbe uno come Saulo. Saulo da 10 anni sta a Tarso e lui Barnaba non sa neanche se Saulo è ancora vivo. Non sa più niente di lui. Si ricorda di Saulo, dei suoi discorsi, del suo modo di impostare le questioni, quel suo modo di elaborare una dottrina. Qui c'è bisogno di qualcuno che abbia in mano un linguaggio pastorale adatto a interpretare questa novità per cui i pagani si convertono. Ci vuole uno come Saulo.

«Una folla considerevole fu condotta al Signore. Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia».

Saulo rientra nel discorso, perché Barnaba si è ricordato di lui. Ancora una volta Saulo è debitore e tutto avviene nella economia del debito, perché tutto avviene nella economia della grazia. Debitore. Saulo Sarebbe rimasto a Tarso. E' andato a pescarlo Barnaba e gli ha detto: vieni con me ad Antiochia. Da questo momento Saulo resterà sulla scena in posizione di primo piano, lo sappiamo bene.

«Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente». C’è la didaché, l'istruzione, adesso c'è Saulo. Non è più il tempo dei sorrisi e delle manate sulle spalle, adesso è il tempo della didaché.

«Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani». Oramai ad Antiochia, la comunità dei discepoli del Signore ha una sua identità specifica, per cui non si confonde più con Israele, è una realtà nuova. Gli stessi pagani che la guardano gli conferiscono una nuova autonomia, le riconoscono questa nuova identità. Forse l'autorità romana già identifica la comunità dei cristiani, come vengono chiamati, in modo da distinguersi rispetto alla realtà tradizionale d'Israele.

Nei versetti seguenti da Antiochia, Barnaba e Saulo, si spostano a Gerusalemme per portare degli aiuti con i quali sovvenire alle necessità prodotte da una carestia che infieriva in quell'epoca.



Stancari 1 aprile 2003


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