Incontri di discernimento e solidarietà
 
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L’Apocalisse: il Mistero Pasquale luce della storia


Secondo incontro del ciclo 2007-2008

4 dicembre 2007


La nuova creazione nel travaglio della storia



Siamo sempre all’interno del settimo squillo di tromba e di quel “segno grande” che abbiamo visto nel cap. 12 e che adesso viene richiamato all’inizio del cap. 15.

Esso ci ha consentito di prendere in considerazione la presenza della chiesa che evangelizza e celebra i sacramenti nel corso della storia, tra la Pasqua del Figlio che è disceso e risalito e il suo ritorno glorioso. Nel tempo della storia, che è il nostro tempo, la donna partorisce, genera figli che sono chiamati a condividere la vita nuova di cui è autore il Figlio che, una volta per tutte, ha sconfitto la morte. Questa gestazione è in corso; la donna è insidiata dal drago, ma è custodita, accompagnata, sostenuta in modo tale da sfuggire alle sue minacce. Il drago imperversa. E’ quello che sta avvenendo nella vicenda degli uomini, che è la storia dell’evangelizzazione. Così la vede Giovanni: tutta la storia umana e il suo attuale svolgimento sono da ricapitolare nella storia dell’evangelizzazione in corso. E il drago imperversa. E’ già sconfitto – come ben sappiamo – ma, in questa sua condizione di creatura angelica decaduta, scatena la propria rabbia contro la donna che è impegnata nella testimonianza di fecondità, in obbedienza al Figlio nato per la vita eterna. E così l’umanità redenta, in virtù della Pasqua del Figlio, è generata per la vita che non muore più. La Chiesa prosegue per la sua opera di evangelizzazione, per la celebrazione dei sacramenti. Il drago incalza, ma il drago è sconfitto. Ricordate quanto leggevamo nei capp. 13 e 14: il drago interviene inviando una bestia, poi una seconda bestia. Non torno indietro; già abbiamo intravisto il significato, almeno per grandi linee, di queste immagini che il nostro Giovanni trae da una visione apocalittica consolidata da alcuni secoli. Nel cap. 14, abbiamo contemplato il popolo cristiano, inseparabilmente congiunto all’Agnello, che procede nel cammino, di tappa in tappa, alla sua sequela. L’Agnello che è stato immolato, ma ormai è vittorioso ed è il pastore di tutte le pecore: è Lui che conduce il popolo dei redenti nel corso della marcia attraverso il deserto. Tutta la storia umana è attraversata da questa presenza pastorale: l’Agnello che trascina dietro di sé coloro che ormai gli appartengono in quanto sono gli uomini redenti in virtù della sua Pasqua di morte e di risurrezione. Presenti sulla scena del mondo come testimoni, costituiscono ormai il punto di riferimento in base al quale tutti gli eventi che accadono, di generazione in generazione, devono essere interpretati nel loro valore autentico, nel loro significato definitivo. L’Evangelo è il protagonista della storia. L’Evangelo porta in sé il criterio definitivo da cui dipende l’interpretazione e il senso della storia umana. Così leggevamo, dal v. 6 fino a v. 20, nel cap. 14.


Un “altro” segno grande: l’Evangelo protagonista della fine

Adesso, cap. 15: “Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso”. E’ il richiamo a quel segno di cui Giovanni ci parlava fin dall’inizio del cap. 12. La donna rivestita di sole con tutti gli attributi che poi abbiamo potuto decifrare: è insidiata dal drago, ma coerente nell’esercizio della sua fecondità, nell’adempimento della missione che le è stata affidata, l’evangelizzazione che si svolge in modo puntuale, continuo, capillare, di generazione in generazione e di luogo in luogo, in modo tale da coinvolgere la moltitudine umana. “Un altro segno grande e meraviglioso”: questo “altro” segno sta in continuità con il primo, di cui già abbiamo potuto cogliere il valore decisivo. C’è di mezzo, dunque, l’evento pasquale che costituisce il punto di riferimento in base al quale l’esistenza umana si è trasformata da storia di perdizione in storia di liberazione. Più esattamente Giovanni vedesette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi si deve compiere l'ira di Dio”. Sette flagelli, gli ultimi. Flagelli escatologici, per dirla con un aggettivo un po’ più raffinato e aderente alla lettera del testo biblico. Qui abbiamo a che fare con i risvolti dolorosi di un travaglio che giunge alla fine. Quello che adesso Giovanni ci dice, attraverso queste sue nuove visioni, riguarda esattamente il protagonismo finale dell’Evangelo: la storia umana, nel suo compimento, obbedisce, aderisce e rende testimonianza all’Evangelo; ne proclama la vittoria, nella sua compiutezza empirica. L’Evangelo dunque protagonista della fine. Notate bene che qui, per come mi esprimevo, si tratta di risvolti dolorosi di un travaglio. Sette angeli che avevano sette flagelli. Tutti abbiamo più o meno presente l’episodio grandioso della storia della salvezza che ci parla dei flagelli in Egitto. In quel caso sono dieci le lezioni che il Signore Dio impartisce al Faraone. Anche in quel caso momenti di un travaglio, le doglie progressive di una gestazione che è giunta al parto: una nuova creatura sta nascendo. E’ facilmente comprensibile il valore simbolico del numero sette: il passaggio definitivo nel corso di una vicenda che, travagliata per molteplici vicissitudini, adesso arriva alla compiutezza del disegno. La storia della redenzione, della liberazione, della salvezza giunge allo sbocco definitivo perché l’Evangelo è protagonista e in questo modo, come leggiamo qui nel nostro versetto, si compie “l’ira di Dio”. Attenzione a questa espressione che è una di quelle con cui già abbiamo fatto i conti più volte; è un linguaggio che può lasciarci sconcertati; abbiamo orecchie delicate e, in epoca di stragi sistematiche, quotidiane e istituzionalizzate, un’espressione del genere per noi diventa motivo di ripensamento dalle radici della nostra vocazione alla fede. Oltretutto il testo in greco usa un’espressione che non è quella comunemente tradotta con “ira, collera”, (la “furia” di Dio, la “passione” di Dio, “l’irruenza” di Dio?). Il termine “collera” è comparso più volte e ne abbiamo parlato. In questo caso abbiamo a che fare con l’irruzione definitiva di quella nuova creazione (“nuova” perché è definitiva) che corrisponde finalmente all’intenzione originaria del Creatore. L’irruzione furiosa di Dio che, con intransigente gelosia, porta a compimento la sua intenzione creatrice. Quel che all’inizio il Creatore ha impostato adesso si realizza. Dunque, vedete, è proprio la fine che viene qui annunciata e la fine si realizza in obbedienza all’Evangelo, in obbedienza a quella che è stata l’iniziativa del Creatore fin dal principio.


I flagelli, strumenti di redenzione

E allora leggiamo dal v. 2 fino al v. 4: “Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo”. E’ il popolo che segue l’Agnello dovunque va; è il popolo che ha seguito l’Agnello, è il popolo che ormai ha varcato il mare. E’ un’immagine nota a chi abbia preso contatto con le pagine dell’Esodo. Ricordate la traversata del mare e quel che avviene una volta che il popolo, liberato dalla schiavitù, al seguito di Mosè, attraversa il mare e sosta sull’altra sponda: il grande canto della vittoria (Esodo 15), che è il cantico pasquale per eccellenza.. Ebbene: adesso siamo in grado di fissare lo sguardo verso la pienezza del disegno definitivamente compiuto. Il popolo fedele ormai ha portato a compimento la traversata, giunto là dove l’Agnello è entrato. La moltitudine di coloro che sono ormai inseparabilmente uniti a lui, coloro che hanno “vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome”, stava in posizione ritta festeggiando e condividendo la vittoria dell’Agnello. “Ritti sul mare di cristallo”. Notate: è mare ed è insieme magma incandescente. Acqua e fuoco sono immagini ricorrenti nell’Antico Testamento (basterebbe rileggere il Salmo 124, tanto per citare un testo). Ci rendiamo conto che qui vengono rievocati tutti gli impedimenti incontrati nel corso del viaggio, del pellegrinaggio: ostacoli liquidi e ostacoli infuocati. E’ un modo per ricapitolare le fatiche del cammino – così come sono andate le cose per il popolo dell’Alleanza e poi per l’umanità intera, trascinata nel vortice prodotto dal passaggio del popolo dell’Alleanza – lungo quel percorso dove tutti gli ostacoli man mano sono stati addomesticati, riconciliati. Ed ecco, adesso, il mare di cristallo misto a fuoco sta lì a testimoniare l’evento che oramai si è compiuto. E coloro che sono ormai al di là della barriera, che hanno attraversato l’abisso, “accompagnandoil canto con le arpe divine, cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell'Agnello:…”. Vedete, ormai sono sintonizzati con il canto che risuona nel contesto della liturgia celeste. All’inizio del cap. 14 abbiamo avuto a che fare con questo popolo di discepoli che seguono l’Agnello ovunque va e che cantano un cantico nuovo davanti al trono, ecc. ecc. Adesso sono già passati al di là; dunque è la fine e la fine rende definitivamente evidente la vittoria dell’Evangelo. «Cantavano il cantico di Mosè(siamo rimandati ad Es. 15, come già vi segnalavo poco fa, e il cantico di Mosè viene rievocato come premonizione di quello che ormai è il cantico finale, della vittoria definitiva, ossia il cantico dell’Agnello): “Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti!Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati”».Vedete come proprio questo cantico ci dà il criterio utile per interpretare i flagelli ai quali accennava il v. 1. Ogni cosa deve essere finalmente compresa in riferimento al significato redentivo di tutte le vicissitudini che si sono accumulate nel corso della storia umana e che adesso giungono allo sbocco finale. La vittoria appartiene all’Agnello Redentore. E’ lui che viene per regnare con giustizia come adesso stiamo leggendo. Ci sarebbe modo di tornare, in lungo e in largo, a momenti, passaggi, testi dell’Antico Testamento. Cito soltanto il Salmo 72 che tornerà insistentemente nel tempo natalizio. Ebbene, vedete, qui non ci può sfuggire l’accenno alla moltitudine delle genti. Questa pienezza del disegno, celebrato dal popolo di coloro che hanno seguito l’Agnello e che ormai sono in grado di condividere a tutti gli effetti la liturgia celeste, coinvolge l’umanità intera. E’ l’umanità intera che è trascinata lungo questo percorso e che è sollecitata a rendersi conto finalmente di quale sia stato il significato di tutti i cosiddetti flagelli, di tutte le situazioni di dolore comunque sperimentate, affrontate, attraversate nel corso dei tempi; quelle situazioni di dolore hanno assunto inconfondibilmente il significato di momenti interni a un travaglio che giunge al parto della nuova creazione a cui tutte le creature sono rinviate; quella nuova creazione in cui tutte le creature sono coinvolte. “Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te(ricordate la prima lettura di domenica scorsa, prima di Avvento, Isaia 2. “Tutte le genti” affluiranno a Gerusalemme; è così che si apre il tempo di Avvento) perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati”. Questa è la tua giustizia, questa è la tua intenzione originaria ormai compiutamente realizzata.


Si svela il segreto di Dio e la sua pienezza invade l’universo

V. 5: Dopo ciò vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la Tenda della Testimonianza”: è il segreto di Dio svelato. Già altrove Giovanni usava questo linguaggio, contemplava queste stesse immagini, ce le proponeva: il segreto di Dio. Notate: è proprio dal segreto di Dio che è giunta a noi la notizia riguardante l’Arca dell’Alleanza e quindi la donna. L’Arca dell’Alleanza è la creatura Immacolata (noi siamo nella novena).

Dopo ciò vidi aprirsi nel cielo il tempio”: questo è il “naos”, il santuario che contiene la tenda della testimonianza laddove appunto è custodita l’Arca dell’Alleanza. “Dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli”. I sette angeli che portano i sette flagelli escono dal santuario, cioè da quella profondità del mistero divino che è la stessa sorgente della vita in Lui. I flagelli, di cui Giovanni adesso ci parlerà, portati dai sette angeli, sono espressione non di un intervento punitivo che una volta per tutte risolve il problema chiarendo chi comanda e chi invece deve essere schiacciato, ma sono in continuità con quella sorgente della vita che è il segreto di Dio, il segreto della sua santità; i cosiddetti flagelli stanno al servizio della vita. In questo riconosciamo la furia di Dio. Dal tempio, dal “naòs”, dal santuario “uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto di cinture d'oro. Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d'oro colme dell'ira di Dioche vive nei secoli dei secoli”. Il Dio vivente. Vedete che questa furia è la furia del Vivente: è l’irruenza, l’intransigenza, la gelosia, la volontà originaria ed eternamente feconda di quella vita che in Lui è pienezza inesauribile. “Il tempio si riempì del fumo che usciva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli”. I sette angeli, di cui già Giovanni ci parlava nel v. 1, con le sette coppe che sono colme della furia di Dio, adesso, sono più precisamente descritti mediante l’immagine delle coppe che gli angeli, uno dopo l’altro, andranno versando. Il versamento delle coppe, piene della furia del Dio vivente, corrisponde a quel che nel v. 8 viene descritto al modo di un riempimento. Notate bene che qui si parla di un riempimento del tempio. Il tempio: ancora una volta è il “naòs”, ancora una volta è il santuario, luogo intimo e segreto, è la santità del Dio vivente. C’è una pienezza gloriosa che richiama immagini dell’Antico Testamento (in diversi testi, come nel Libro delle Cronache, sono esemplari: il tempio di Gerusalemme si riempie della nuvola, si riempie del fumo; non c’è modo di entrare nel tempio, tutti debbono uscire, anche i sacerdoti addetti al culto; nessuno può restare nel luogo santo perché la gloria dimora, il fumo riempie quello spazio, quell’ambiente). E qui, vedete, il versamento delle sette coppe corrisponde al riempimento della Presenza: è la presenza del Dio Vivente che si impone in modo tale da occupare con la sua gloria l’universo da lui creato e ricapitolare nella sua gloria, in obbedienza alla sua gloria, in obbedienza alla sua volontà di vita, tutti i tempi della storia umana: la pienezza. Insisto: il versamento delle coppe non è descritto da Giovanni in termini punitivi, ma in vista di un riempimento, dove è l’inesauribile potenza della vita di Dio che irrompe e dilaga così da invadere tutti gli spazi e ricapitolare in sé tutti i tempi. Come dice Paolo, con il suo inconfondibile linguaggio, finalmente Dio “è tutto in tutti” (prima lettera ai Corinzi). Il “pleroma”, la pienezza (lettere ai Colossesi e agli Efesini) di Dio, dove tutto dell’universo e dell’intero svolgimento della storia umana si riempie in obbedienza alle intenzioni del Dio vivente. Come ben sappiamo, questo riempimento coincide con l’inserimento di tutte le creature raccolte nel contesto dello scenario cosmico universale e tutte le creature come si sono venute configurando nei tempi della storia umana ricapitolate, filtrate, là dove nulla e nessuno sfugge più alla vittoria dell’Agnello, in lui che è morto ed è risorto. La pienezza del disegno. Vedete: i flagelli di cui Giovanni ci parla, e più esattamente le sette coppe che adesso vengono versate dai sette angeli, vogliono esprimere questo compimento definitivo del grande travaglio che contiene tutto, abbraccia tutto, filtra tutto; è potenza redentiva che tutto riduce in obbedienza all’Agnello che è morto ed è risorto. Qui sta il protagonismo finale dell’Evangelo: la fine di tutto obbedisce al protagonismo dell’Evangelo.


Le doglie di un parto

Cap. 16. Giovanni vede i sette angeli che andranno a versare le sette coppe ricolme della furia del Dio vivente. E’ la nuova creazione, la pienezza del disegno, laddove l’Evangelo è ormai contemplato da Giovanni come protagonista della fine. L’Evangelo della redenzione, l’Evangelo della salvezza, l’Evangelo che rende testimonianza della vittoria dell’Agnello alla totalità delle creature e degli eventi, in modo che nulla nel mondo possa più sfuggire: tutta la travagliata storia del dolore, della pena, della fatica e della morte, così come si è configurata nel corso della vicenda umana, è finalmente riconciliata nella pienezza della creazione nuova.

«Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli(è dal naòs che proviene la voce di Dio, la voce che ha chiamato tutte le creature dall’inizio; ricordate il racconto della creazione nel Libro del Genesi, cap. 1: “Dio disse e fu”): è la voce dal tempio che disse “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell'ira di Dio”». La furia del Dio vivente. Adesso, dal v. 2, la sequenza delle immagini va intesa come il progressivo intensificarsi delle doglie che conducono al parto. In questo contesto appare la realtà di un mondo in decadenza, certo, un mondo che se ne va, che si consuma e che finisce, ma queste sono le contrazioni di una partoriente; laddove noi siamo spettatori di un processo di decadenza inarrestabile con l’evidenza di dolori terribili, in realtà è la voce del Creatore che sta chiamando, è una creatura nuova che sta nascendo. Questo è il punto. E sta nascendo questa creatura nuova proprio là dove, al di dentro della storia umana, noi abbiamo un’esperienza di decadenza che ci travolge, che ci schiaccia, che ci uccide. Ma, vedete, le cose, viste adesso come le contempla Giovanni a partire dalla fine, obbediscono al protagonismo dell’Evangelo e il senso di questa decadenza, che si esprime in forme così vistose e così tragiche, è dato dall’immancabile appuntamento con il parto a cui sono orientate le doglie della partoriente.


La vergogna di chi ha adorato la bestia

Primo angelo, v. 2: “Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra(un certo schematismo per quanto riguarda i settenari già ci trova predisposti. Il primo angelo ha a che fare con la terra); e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua”. Al versamento della prima coppa, constatiamo l’insopportabile esperienza di vergogna che tocca agli adoratori della bestia. Gli uomini che in realtà, proprio in quanto si sono prostrati di fronte alla bestia, constatano di essere a disagio sulla terra, di essere in contraddizione con la stabilità del mondo. Li investe un senso di malessere profondissimo, un disgusto, uno stato di abbrutimento. E’ la “piaga dolorosa e maligna” che tormenta coloro che hanno fatto dell’adorazione della bestia un vanto, un’affermazione di potere, un diritto di dominio e di dominio universale. D’altra parte, vedete, se la prima coppa è versata questo dimostra che il Creatore rivendica per sé quell’adorazione che compete soltanto a lui: è irriducibile, non ci rinuncia e non ci rinuncerà fino alla nuova creazione.


Lo sconvolgimento del creato

Secondo angelo, v. 3: “Il secondo versò la sua coppa nel mare(vedete: prima era la terra, adesso è il mare) che diventò sangue come quello di un morto e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare”. Il mare è l’elemento equilibratore nel sistema dell’universo (bisognerebbe ritornare al Salmo 104) è garanzia di un equilibrio cosmico che promuove la vita. Adesso il mare è diventato “sangue come quello di un morto e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare”. Al versamento della seconda coppa sono sconquassati, scompensati, sono davvero sconvolti gli equilibri di cui la vita avrebbe bisogno, quegli equilibri ai quali anche gli uomini, in qualche modo, fanno riferimento. Qui emerge il dato tragicamente doloroso di un disordine cosmico che compromette l’equilibrio necessario alla vita. Notate: tutto questo appare adesso perché la voce del Creatore continua a chiamare le creature che appartengono a lui, passando attraverso tutte le situazioni di disordine che sconvolgono il cosmo e tutte le conseguenze di dissesto ambientale che le creature viventi hanno subìto nel corso dei tempi.


L’inquinamento delle sorgenti della vita

Terzo angelo, v. 4: “versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue”. Adesso le acque dolci. Rispetto ai grandi equilibri garantiti dal mare, l’acqua dolce è l’elemento più che mai necessario per la vita, per la sua nascita, per il suo sviluppo, per la sua trasmissione. Proprio là dove la vita, nella sua debolezza, esprime il valore di una gratuità meravigliosa, essa è aggredita: le acque dolci diventano veleno. «Allora udii l'angelo delle acque che diceva: “Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo”. Qui c’è di mezzo la giustizia del Dio vivente che rivendica quello che è suo e si aggiunge qui un accenno evidentissimo a quella che è stata la vulnerabilità dei martiri. Essi sono stati aggrediti: la loro vita è stata travolta dalla violenza del mondo. Proprio là, si afferma adesso, con un’energia intrattenibile l’iniziativa del Dio vivente che, fin dal principio, ha impostato ogni cosa in modo tale da garantire, nella sua sovrabbondante gratuità, la debolezza della vita. Proprio perché debolissima, la vita proviene dalla sorgente che è custodita nell’intimo del Santo, nell’intimo del Dio vivente.

V. 6: “Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti, (come accennavo, qui si ha a che fare con il martirio, di cui abbiamo parlato altre volte),tu hai dato loro sangue da bere: ne sono ben degni!”».

V. 7: «Udii una voce che veniva dall'altare(è proprio sotto l’altare che è conservato il sangue dei martiri) e diceva: “Sì, Signore, Dio onnipotente; veri e giusti sono i tuoi giudizi!”». La giustizia del Dio vivente raccoglie, recupera, attrae a sé la debolezza dei martiri. La fragilità della vita, che è stata motivo del dilagante sterminio nel corso della storia umana, è ora esaltata nel contesto di una liturgia della vita che il Creatore celebra in quanto è la sua furia che irrompe, è il suo disegno che si realizza: “Sì, Signore, Dio onnipotente; veri e giusti sono i tuoi giudizi!”.


La rabbia di chi non si converte

Quarto angelo, vv. 8 e 9: “Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio. Dunque: dopo la terra, il mare e le acque dolci, adesso il sole. Un accenno alla volta celeste, il grande contenitore dell’universo; qui l’attenzione è attirata verso il sole in quanto è sorgente di luminosità e di calore. Anche in questo caso abbiamo a che fare con uno sconvolgimento di cui gli uomini fanno esperienza ed è un’esperienza terribile dal momento che il sole diventa causa di bruciature che rendono impossibile la vita, il viaggio. Ricordate il Salmo 121: “Tu sei il custode del pellegrino, tu sei il custode del tuo popolo, tu sei il custode e garantisci l’ombra durante il sole quando i raggi del sole infieriscono e durante la notte quando bisogna sottostare alla luminosità gelida della luna”. E qui, vedete, gli uomini prigionieri di una situazione nella quale non alzano più gli occhi verso il cielo. Ancora il Salmo 121, vv. 1 e 2: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra”.

E, qui, gli uomini sotto il cielo sperimentano l’insopportabile disagio di una specie di inferno: stanno sotto il cielo e non riescono a rivolgersi a Dio se non nei termini di una contestazione, di una polemica, di una protesta, di una bestemmia che li incanaglisce sempre di più. “Gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli (colpa di Dio), invece di ravvedersi per rendergli omaggio”. Gli uomini bestemmiano e non si convertono. Tutto questo emerge, affiora, contribuisce ad illustrare la realtà di un processo di decadenza, ma non dimenticate mai: di tutto questo ci rendiamo conto nel momento in cui le coppe sono versate; è la furia del Dio vivente che irrompe, è esattamente la sua volontà di vita che spreme tutto il vissuto dolentissimo di cui gli uomini hanno fatto esperienza per loro stessa responsabilità; si sono intrappolati da soli, si sono imbestialiti e incattiviti nell’inferno nel quale si sono infilati con tutto il loro entusiasmo. Ebbene: è il Dio vivente che porta a compimento la sua intenzione creatrice. E’ la nuova creazione che si sta configurando attraverso le doglie della partoriente. Non dimenticate mai questo: è proprio la fine del disegno che rende testimonianza al protagonismo dell’Evangelo. Intanto gli uomini bestemmiano e gli uomini non si convertono. Ma anche queste bestemmie, anche questa mancata conversione, anche questo rifiuto, anche questa resistenza così aspra, così infernale (usiamo pure questo aggettivo), laddove il cielo è interpretato non più come il riferimento che libera, ma la causa di quel calore insopportabile nel quale si brucia fino a incenerirsi, anche questo aspetto del travaglio è momento interno a un percorso che conduce al parto della nuova creazione.


Il crollo del potere mondano

Quinto angelo, vv. 10 e 11: “Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia”. E adesso, vedete, è il trono della bestia. Sono le contraddizioni del potere che esplodono: tutta la storia umana è piena di questa evidenza. Si va da un impero all’altro e le contraddizioni si manifestano in modo così clamoroso che la bestia sprofonda in un abisso di miseria irrimediabile. D’altra parte è vero che nel corso della storia umana una bestia subentra a un’altra; a un processo di decadenza subentra la presunta soluzione di un impero alternativo e via discorrendo. Ma intanto, vedete: “Ilquinto versò la sua coppa sul trono della bestiae il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni”. Vedete: che amarezza per gli uomini questo constatare di essere immersi nelle tenebre laddove si erano costruiti artificialmente lo splendore di una luce che si erano illusi avrebbe dovuto rimanere per sempre. Che delusione; come è amaro il loro dolore: “Gli uomini si mordevano la lingua” e, malgrado l’evidenza di come il loro progetto sia rigorosamente, puntualmente, tragicamente smentito, gli uomini non si convertono e bestemmiano il Dio del cielo. La colpa è del cielo!


Il volto satanico del potere umano

Sesto angelo, vv. 12-16: “Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufràte” (è il confine orientale dell’impero; il confine per eccellenza, ne parlavamo l’anno scorso. Ricordate quegli accenni alla cavalleria dei Parti che potrebbe sempre irrompere da oriente e costituisce l’emblema stesso della minaccia). Questo significa che ogni apparato difensivo viene rimosso e quelle minacce, che sono state paventate già altrove, adesso possono scatenarsi. E’ un simbolo: tutte quelle minacce vengono dall’al di là, diciamo così, dell’Eufrate; sono ormai dietro l’angolo, dietro casa; possono esplodere domani, dopodomani. “Le sue acque furono prosciugate(le acque dell’Eufrate) per preparare il passaggio ai re dell'oriente. Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi(il drago, la bestia e l’altra bestia, corrono ai ripari; la trinità capovolta inventa una soluzione per arginare lo scatenamento di quelle minacce che sono ormai incontrollabili. E che cosa fa il drago coadiuvato dalla bestia e dal falso profeta che è la seconda bestia?) simili a rane: sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente”. E’ un conflitto ecumenico che qui viene predisposto perché bisogna affrontare una linea difensiva che ancora garantisca sicurezza e stabilità. A questo devono servire le “rane”, spiriti demoniaci che provengono dall’acqua ma vengono sulla terra; sembrano segni prodigiosi, segni che assumono addirittura un aspetto commovente, entusiasmante o di solidarietà o di complicità perché, vedete, tutti i re della terra vengono convocati per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente. Programmi, manifesti di portata escatologica. Fate un salto per un momento al v. 16: “E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn. Armaghedòn è il monte di Meghiddo che è il luogo tradizionalmente frequentato, secondo i riscontri che ci sono forniti dalla storia del popolo di Dio, dagli eserciti che si sono scontrati a più riprese nell’una e nell’altra battaglia fra quelle che punteggiano la storia di quei secoli. E’ l’unica vera pianura nella terra di Israele là dove ai piedi di Meghiddo, a più riprese, sono avvenuti scontri militari in varie epoche; comunque è un’immagine emblematica anche questa. E, adesso, la battaglia finale si svolge in quel luogo che si chiama Armaghedòn, per dire che qui il drago con le due bestie convoca tutti i re della terra per intraprendere la battaglia militare da cui dipende, secondo il manifesto proclamato, la soluzione dei problemi, la rimozione delle minacce, il contenimento del disordine. In realtà, ancora una volta, qui noi scopriamo il volto satanico di tutta una organizzazione con la quale gli uomini, adoratori della menzogna, vogliono imporre agli eventi un assetto che obbedisca al drago, alla bestia e al falso profeta. Un ordinamento satanico. Il mondo occupato da questo unico grande esercito che, secondo le intenzioni del drago e con la partecipazione di tutti i re della terra, dovrebbe finalmente arginare tutte le minacce, già segnalate in rapporto al versamento della sesta coppa. Il fatto è, vedete, che è il Dio vivente che avanza. Là dove la storia degli uomini traballa in vista di questo scontro finale, che comporta uno spasimo di dolore ineguagliabile a tutte le vicissitudini precedentemente patite, là è il Dio vivente che avanza.


Beato chi vigila

V. 15: “Ecco io vengo come un ladro”. Era il versetto di domenica scorsa, prima domenica di avvento. “Ecco io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne”. E’ un’irruzione libera. Il ladro viene e va, si muove alla sua maniera; proprio perché è un ladro, è inarrestabile. Irruzione furtiva? Eppure, vedete, dotata di una coerenza irrevocabile. Notate che qui è un’altra voce che si fa sentire. C’è qualcuno che parla in prima persona singolare: “io vengo come un ladro”. All’improvviso, mentre Giovanni sta descrivendo la scena, ci accorgiamo di essere raggiunti da quest’altra voce, che si presenta a noi come espressione di una presenza a cui non potremo sottrarci. Al punto che, siccome il ladro viene, “beato” (già: beato!) chi desidera la sua venuta. Proprio perché viene come un ladro e perché la sua venuta è inevitabile (qui c’è di mezzo tutta la rieducazione del desiderio, quella veglia su cui si insiste in tempo di Avvento), è meglio che il ladro venga prima possibile perché… non se ne può più. E vedete come questo desiderio, che invoca la venuta del ladro, affiora dall’interno della storia umana che è così visibilmente segnata dalla presenza massiccia di quell’esercito che vuole paradossalmente arginare sul fronte dell’Armaghedòn la minaccia che incombe. E noi lo sappiamo già: è un immenso esercito che sarà sbaragliato senza possibilità di recupero. Ed è una pretesa di arginare che in realtà ricade addosso a se stessa come immancabile disintegrazione di un processo demoniaco. Decadenza. Ma intanto, vedete, viene il ladro.


E’ fatto!”

Settimo angelo, v. 17: “Il settimo versò la sua coppa nell'aria”. Terra, mare, acque dolci, il sole, la bestia, l’Eufrate; adesso l’aria. E’ l’atmosfera, è il clima generale, è veramente la compagine della creazione nella sua complessità che viene investita da questo versamento della settima coppa “euscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: «E' fatto!”. Questo è interessante, vedete: “è fatto!”. E’ un tempo perfetto, “è fatto”, rimane così. Questo è avvenuto, è la nuova creazione, è fatto. E’ dal tempio, dalla parte del trono che esce questa voce? E’ intanto: “Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l'uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello”. Le immagini presenti in questi versetti ci rimandano alla grande teofania in Esodo 19: il Sinai, dove il popolo si è fermato perché il Signore vuole donare la legge e su questo fondamento istituire un rapporto di alleanza. Notate questi richiami a fenomeni che sono cosmici e antropologici insieme; fenomeni di sconvolgimenti, tempeste, terremoti; Babilonia, la grande, città smembrata. E’ la città che, fondata da Caino, assume volti diversi a seconda delle circostanze che la storia umana determina e, adesso, precipita in un vortice di vicissitudini terribili a cui nessuno può più sfuggire. C’è ancora questo accenno alle isole che scompaiono e ai monti che si dileguano: l’umanità perde l’orizzonte. Le isole che indicano il confine dell’oltremare, i monti che segnano i gradini di un processo di crescita, di una elevazione verso l’alto, comunque le misure in base alle quali gli uomini, in estensione o in elevazione, sono abituati a identificare la loro posizione nel mondo. Ma adesso l’orizzonte è perduto. L’isola è scomparsa, i monti dileguati. Ricordate il Salmo 114: “Quando Israele uscì dall'Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, Giuda divenne il suo santuario… Che hai tu, mare, per fuggire… e voi monti saltellate come arieti”. Ebbene, vedete: si aggiunge la grandine, una situazione che è segnata da uno schiacciamento micidiale. Enorme questa grandine: chicchi – chiamiamoli così – che pesano mezzo quintale. Quindi la bestemmia, ancora la bestemmia. Già ce ne siamo resi conto e adesso qui, quando viene versata la settima coppa, gli uomini ancora resistono. Una folle resistenza, qualcosa che ricorda, per fare un esempio, Hitler che, nel suo bunker quando ormai Berlino è raggiunta dall’esercito russo, continua a muovere le sue divisioni e… si uccide. Bestemmia. Una resistenza folle che vuole a tutti i costi conservare i brandelli di un mondo che viene privato della sua qualità intrinseca che è la qualità di creatura di Dio. E in tutto questo “è fatto!”: una nuova creazione.

Ci fermiamo perché le visioni che si succedono si connettono qui.

Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me” (cap. 17, v.1). Siamo per così dire all’interno di questa visione riguardante il versamento della settima coppa. Chi è Babilonia, dov’è Babilonia, che cosa significa Babilonia, che cosa sta succedendo mentre Babilonia sta cadendo?

E’ fatto!”.