Incontri di discernimento e solidarietà
 
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Con tutta franchezza e senza impedimenti

di

Pino Stancari



Riprendiamo il nostro cammino. Noi questa sera dovremmo leggere il cap. 28 degli Atti, che è l'ultimo, ma avremo occasione tra un mese di ritornare sulle pagine cui abbiamo dedicato l'impegno della nostra lettura nel corso di quasi due anni, che non è poco, direi che la vostra pazienza è encomiabile. E adesso vediamo di approfittare del tempo che questa sera abbiamo ritagliato per l'ascolto della parola di Dio nel momento in cui si tratta per noi di accompagnare Paolo nell'ultimo tratto del suo viaggio. Anche se dovremo constatare che il viaggio non è affatto concluso. Il viaggio se mai è impostato, orientato, ma non concluso. Aggiungiamo al termine di un testo scritto per cui sfogliando le pagine adesso siamo arrivati in fondo. In realtà questo è il punto di partenza, ma così vanno le cose negli Atti degli apostoli, così vanno le cose nel mistero della vita cristiana, così vanno le cose là dove l'evangelo oramai è entrato nella storia degli uomini e ha introdotto nella nostra condizione umana l'istanza della pienezza definitiva che riguarda la nostra appartenenza la Signore, la nostra appartenenza a lui, morto, risorto, glorioso, di tutta la creazione. Noi siamo oramai introdotti nella comunione con lui Vivente e l'evangelo è questa novità che incrocia la storia di tutti gli uomini in modo tale da realizzare questa comunione con il mistero di Dio che si è rivelato a noi, che si è presentato a noi, in modo tale da accoglierci e da coinvolgerci nel cammino nuovo fino alla pienezza della vita.

Fatto sta che Paolo, da un pezzo, nelle pagine degli Atti, è il personaggio che svolge il ruolo del protagonista, ma noi sappiamo che il suo protagonismo si appoggia sulla presenza di altri che lo hanno preceduto e di altri che lo accompagnano. A questo riguardo non vi ri-dico più niente.

Leggevamo il mese scorso il cap. 27, il viaggio da Cesarea fino a Roma, il viaggio che assume le forme drammatiche di un grandioso naufragio. Noi ci siamo resi conto del fatto che il naufragio in pieno Mediterraneo della nave su cui Paolo è trasportato assume, nella ricostruzione narrativa del nostro evangelista Luca, che è una narrazione propriamente teologica, come ben sappiamo, assume le caratteristiche di un unico immenso battesimo. Paolo in prima persona, Paolo affronta una svolta che segnerà definitivamente la maturazione della sua vita cristiana e del suo servizio all'evangelo, che poi sono la stessa cosa, la vita cristiana, la sua adesione all'evangelo, il suo coinvolgimento nell'evangelo, il servizio nel quale si consuma la sua vita per rendere testimonianza all'evangelo. E' il battesimo di Paolo, lo sappiamo già, Paolo è battezzato oramai da tanti anni, ma è un battesimo che lo prende nel contesto della sua esperienza pastorale maturata nel corso del tempo, passando attraverso tante situazioni, di cui noni ci siamo più o meno resi conto, fino all'ultima esperienza, così sconcertante, così paradossale, e d'altra parte così feconda che è stata l'esperienza della carcerazione. Paolo è ancora ufficialmente un galeotto, un imputato, dev'essere tradotto a Roma per essere processato. Egli stesso ha chiesto di essere condotto fino al tribunale dell'imperatore dal momento che è cittadino romano. Non sto a ricordare lo svolgimento empirico di quella vicenda. Quello che ci interessa è ritornare a quel grande naufragio. Il battesimo che Paolo affronta come occasione propizia di immersione nel mistero del Signore, battesimo, immersione nel mistero del Signore, comunione con la pasqua del Figlio di Dio che è morto e risorto. Tutto nella sua vita oramai si ricapitola nella comunione con il Signore Gesù che è passato attraverso la condizione umana che ha fatto sua la miseria della nostra vergogna umana fino a sprofondare nella morte. Ed è proprio lui, vittorioso, glorioso, intronizzato, è proprio lui, Signore dell'universo, è proprio lui che attira a sé lo svolgimento della storia umana e nessuna creatura più sfugge alla potenza attrattiva, redentiva, potenza salvifica della sua vittoria sulla morte. Ebbene, il naufragio di Paolo, apparentemente un momento traumatico che si aggiunge a tutti quelli che hanno segnato la vita di Paolo in quegli ultimi anni di quella sua attività pastorale, momento di crisi che sfiora l'estremo fallimento e d'altra parte, proprio per Paolo l'esperienza della partecipazione sua al mistero del Signore, mistero di pasqua, nel senso che è mistero di morte e di resurrezione, è il mistero del Signore in quanto è evangelo che, dal di dentro della storia umana, coinvolge la totalità delle creature, lo svolgimento dei tempi, la partecipazione di tutti, vicini e l ontani. Ci siamo resi conto del fatto che quella nave su cui Paolo è imbarcato e che affronta la grande tempesta e che poi va a pezzi fino la momento in cui i naufraghi, molto malconci a dire il vero, ma tutti salvi, si ritroveranno sulla sponda di quella terra sconosciuta che è apparsa all'alba di un giorno nuovo dinanzi a loro. Ci siamo resi conto del fatto che il racconto di Luca in questo cap. 27 ci viene proposto come grande cifra emblematica, simbolica, una cifra interpretativa di quello che è il senso della storia umana. Paolo si rende conto di essere più che mai realizzato nel suo ministero di evangelizzatore nel momento in cui tutto nella sua vita si consuma in questo naufragio che è il medesimo naufragio in cui tutta la storia degli uomini è coinvolta. Ma appunto, non è naufragio che segna la fine catastrofica di una vicenda disperata, è il naufragio che si realizza come rivelazione della vittoria gloriosa di Cristo, il Figlio che è disceso ed è salito, che è morto ed è risorto. vedete, Paolo svolge in pieno il suo ministero profetico di evangelizzatore, non perché ha modo di chiacchierare, di predicare, di insegnare, ma perché è presente in quel momento così terrificante che pure diviene per lui occasione propizia per rendere testimonianza alla signoria del Figlio di Dio che ha realizzato, vedete, un'opera di misericordia, ha realizzato nella storia degli uomini quella eterna intenzione di amore che era custodita nel segreto di Dio per raggiungere in modo tale da coinvolgere l'umanità intera, tutti i popoli della terra, tutte le creature, anche inesperte e distratte.

Colui che è morto e che è risorto è il protagonista della storia umana in modo tale che nessuna di quelle creature che la storia trascina nel suo corso e che frantuma, di naufragio in naufragio, possa più ritenersi escluso, essere giudicata come esclusa in rapporto a lui che nel naufragio di quella grande avventura nella quale tutti gli uomini sono coinvolti ha instaurato la novità piena e definitiva della sua vittoria d'amore.

Sulla sponda di quella spiaggia adesso sono tutti in salvo. Qui eravamo giunti l'altra volta. Sono tutti in salvo, è in salvo la vita. Poi il carico si è disintegrato, la nave stessa, sbattuta dalle onde non può resistere, mala vita è salva, ed è salva proprio in modo tale che attorno a questa conferma della vocazione alla vita si ricompone l'ordine dell'universo e il senso del passato, così come si è svolto di generazione in generazione, e il senso dell'avvenire, ancora non raggiunto. Tutto, attorno a quella vita umana che è confermata nella sua vocazione, si ricompone: è una nuova creazione.

Tutto queste mentre attorno a Paolo coloro che condividono l'esperienza del grande naufragio, per certi versi sono inconsapevoli, ma Paolo è lucidissimo nella sua profezia, nella sua sapienza interiore che è così maturata, nella sua coerenza di evangelizzatore in quanto è testimone fino alla condivisione estrema, fino a partecipare a quell'avventura condividendo tutti i rischi, tutte le miserie, tutte le sconfitte, appunto: il grande naufragio. Nel corso di quella vicenda così drammatica, all'alba del giorno nuovo, Paolo ha celebrato l'eucarestia, ha spezzato il pane, ha proclamato la grande benedizione. Là dove il mondo è in tempesta, là dove le onde si abbattono sulla nave fino a demolirla, là dove gli uomini stanno precipitando nell'abisso, Paolo celebra l'eucarestia, la grande benedizione. E' il senso della storia umana che Paolo annuncia, proclama , testimonia, e non semplicemente con le parole, adesso con il gesto. Ma neanche semplicemente con la opportunità di quel invito insistente a riprendere cibo, a rifocillarsi, a guardare positivamente verso la vita. E' il valore sacramentale di quel gesto, è il segno nel quale si realizza, nel quale prende senso, nel quale trova finalmente la propria interpretazione autentica e definitiva, la vicenda degli uomini, di ieri, di oggi e di domani, qui e dappertutto, a qualunque popolo appartengano o sotto qualunque cielo siano nati e da qualunque evento di morte siano segnati.

«Così tutti poterono mettersi in salvo a terra». Era la conclusione del cap. 27.

Cap. 28, vv. 1-10, sulla sponda di quella terra sconosciuta, la sponda h ala configurazione di un seno, un'insenatura, un kolpos dice il greco, come già riflettevamo un mese fa. Un grembo, anche questo un segno battesimale, anche questo è il segno che allude al percorso che si esprime come immersione in un grembo da cui si viene generati, è lo sprofondamento in un abisso mortale, è l'evento della fecondità suprema e definitiva. Si usa la prima persona plurale.

«Una volta in salvo, venimmo a sapere che l'isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità», in greco indigeni si dice barbaros, e per quanto barbari siano sono in grado di esprimere una rara filantropia, dice il testo. Sono barbari, ma sono pronti e solleciti nell'accogliere questi ospiti che vengono da lontano e hanno subito una traversia così drammatica. E' interessante non solo il fatto in sé, ma è interessante che il soggetto plurale che qui sta raccontando sia in grado di notare quel fatto, di apprezzare quel fatto, non soltanto loro ci hanno trattato con rara umanità, ma noi ce ne siamo accorti, una volta giunti in salvo, approdati in modo così rocambolesco su quella spiaggia sconosciuta noi ci siamo resi conto di avere a che fare con un'umanità barbarica, eppure una umanità filantropica.

Vedete, è lo sguardo che sa intendere quale sia il moto che nell'intimo muove quei tali sconosciuti, che pure potrebbero anche assumere filosofie minacciose. E' un modo di interpretare la disposizione al contatto e all'incontro con gli altri e con gli altri sconosciuti, che potrebbero per l'appunto essere ritenuti anch'essi come presenze minacciose e poco gradite. Una rara filantropia, dice qui.

Vi faccio notare questo particolare perché in realtà era già nel corso del viaggio, come leggevamo la volta scorsa, a più riprese segnalato un fenomeno del genere. Paolo che ha registrato la cortesia del centurione nei suoi confronti e quel che poi vale per lui come testimonianza di benevolenza, diventa un beneficio per tutti intorno a lui e su quella nave. Dunque la capacità di cogliere nell'animo umano questa positività di sentimenti sani, sentimenti positivi, appunto, il valore commovente di questa prontezza nel riconoscere la disgrazia altrui come un dono da accogliere e a cui corrispondere.

«Ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo». Interessante l'immagine del grande fuoco, Luca è sempre iconografo, pittore. E allora gli effettivi luce sono sempre per lui particolarmente interessanti. In più qui evidentissima la sorgente di calore, quel fuoco, attrae tutti coloro che sono reduci da un naufragio, che li ha messi alla prova in maniera tanto impegnativa, così duramente. E qui un particolare che riguarda proprio Paolo.

«Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare», giunto in salvo per quanto riguarda la traversata del mare e dunque il rischio così tragico del naufragio nella tempesta, «la Giustizia non lo lascia vivere», cioè il Fato divino non lo lascia vivere, perché è evidente, morso dalla vipera aspettano che Paolo oramai dia segni di morte. «Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male». Paolo non subisce il danno di quel morso. La vipera che gli ha iniettato il veleno non ha più potere su di lui. Notate bene, qui il racconto prende ancora una volta una piega teologica da cui non possiamo prescindere. In tutta l'opera di Luca, Vangelo a Atti, il termine vipera compariva solo un'altra volta, esattamente all'inizio del racconto evangelico (Lc 3,7: Giovanni battista «Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all'ira imminente?»). Ricordate l'episodio: Giovanni battista in scena, Giovanni che si rivolge alla folla, razza di vipere, figli del serpente. Voi che siete figli del serpente, ma vedete è il linguaggio con il quale Giovanni battista ritorna a quella descrizione della nostra realtà umana così come ci viene descritta già nell'antico racconto biblico. Il serpente si è insinuato, il serpente ha insidiato, ha avvelenato, la nostra condizione umana è inquinata, porta in sé le conseguenze di quella sventura, la nostra condizione umana è corrotta, siamo figli del serpente. Noi qui abbiamo a che fare con un uomo nuovo. Paolo qui non è semplicemente un personaggio fortunato, guarda un po', morso dalla vipera non si ammala e non muore. Paolo è un uomo disintossicato. E' proprio vero, vedete, perché c'è di mezzo quel grande battesimo, quel grande naufragio che è il battesimo pastorale di Paolo, là dove tutto in lui oramai si ricapitola in rapporto alla pasqua del Signore Gesù, che è morto ed è risorto, e non c'è più per Paolo una prospettiva di morte che non sia un segno di vita nuova per vicini e lontani, per l'unica grande famiglia umana. E' un uomo nuovo, i barbari attorno a lui sono sconcertati. Paolo ha scosso la serpe nel fuoco e non ne ha patito alcun male; Vedete a cosa serve il fuoco? A illuminare la scena, a riscaldare quei poveri naufraghi intirizziti, serve il fuoco ad inghiottire la serpe, il serpente, la vipera, il maligno. L'antica devozione popolare dei nostri paesi rivolta a Paolo, collega ogni cosa ai serpenti, non tanto perché Paolo abbia una particolare simpatia per i serpenti, ma proprio perché Paolo è il rappresentante della nuova umanità, un'umanità redente, un'umanità battezzata in Cristo, un'umanità che evangelizzata oramai non è più sottoposta all'insidia del serpente, il veleno non ha più effetto. «Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio». Sono barbari, poveretti l oro, ragionano con il loro linguaggio: dicevano che era un Dio. Ma nessuno si scomoda per questa interpretazione teologica così avventata, perché rimane come dato urgente e immediato, da cui non si può prescindere, è il contatto diretto, vivo, semplice, umanissimo, tra Paolo e gli altri che con lui sono approdati su quella spiaggia, tra Paolo e gli altri barbari che peraltro sono aperti a relazioni estremamente positive, incontrati su quest'isola. E infatti: «Nelle vicinanze di quel luogo c'era un terreno appartenente al "primo" dell'isola, chiamato Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni». Altro segno di cordialità, si prese cura di noi, il personaggio più illustre su quell'isola ha mezzi che gli consentono di ospitare tutta quella gente per 3 giorni.

«Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l'andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì». Notate, è il gesto che esprime solidarietà, la presenza diretta, una solidarietà semplice, servizievole. Paolo, vedete, in un senso stretto, tecnico, non sta evangelizzando, ma non c'è dubbio: prima ancora di qualunque evangelizzazione, in quel senso tecnico, è questa sua presenza così disinteressata e gratuita, quella sua presenza operosa nella solidarietà, nella vicinanza, nell'amore che esprime quella che è già la fecondità intrinseca di tutta la novità evangelica. Paolo dunque si è avvicinato a quel personaggio anziano, ammalato gravemente, lo ha visitato, ha pregato, gli ha imposto le mani, lo ha guarito.

«Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati; ci colmarono di onori e al momento della partenza ci rifornirono di tutto il necessario». Vedete come Luca qui prende una scorciatoia, non si dedica a descrivere i particolari. Quello che comunque segnala è proprio il fatto nuovo, così commovente di relazioni che vengono impostate nella gratuità sincera dell'amicizia, della collaborazione, della vicinanza, del servizio, noi e loro, loro e noi; «al momento della partenza ci rifornirono di tutto il necessario», relazioni gratuite che vengono attivate in modo così imprevisto e in modo così intrattenibile, come una progressiva esplosione di eventi nuovi che sono tutti caratterizzati internamente da una gratuita capacità di accogliere e di affidarsi vicendevolmente. Notate: qui c'è di mezzo l'evangelo. C'è di mezzo l'evangelo in una situazione che rimane così precaria, così incerta, ancora così dolente, ancora una situazione così drammatica come è quella nella quale si sono trovati gli ospiti di quella nave ora scomparsa in fondo al mare. Ma loro sono salvi su quell'isola e hanno incontrato gli abitanti dell'isola e il serpente non ha più il potere che si era abituati ad attribuirgli, a riconoscergli per cui era così temuto, il serpente oramai è sconfitto, domato. Il serpente non ha più il potere di inquinare il mondo, di inquinare le relazioni tra persone così diverse, eppure oramai in grado di scoprire l'autentica dolcezza di questo affidamento e di questa accoglienza vicendevole.

Adesso il viaggio prosegue e da Malta Paolo giunge a Roma. La volta scorsa citavo il libro di Giona nel corso della tempesta Paolo rilegge il libro di Giona. Anche lui fa una lettura spirituale. Era un suggerimento che poteva apparire un po' sciocco. In realtà gli accenni presenti nel testo degli Atti al libro di Giona sono molteplici e ricordate Giona che dimora 3 giorni e 3 notti nel grembo del mostro, Giona poi intraprenderà il viaggio che lo porterà fino a Ninive, la capitale del grande impero: Paolo a Roma, la capitale del grande impero. E da un pezzo sappiamo che Paolo guarda a Roma, da un pezzo! Ma poi sappiamo che Paolo è ritornato a Gerusalemme. Di queste cose vorrei riparlarvi sempre continuando nella vostra pazienza, tra un mese.

Paolo adesso giunge a Roma. «Dopo tre mesi salpammo su una nave di Alessandria che aveva svernato nell'isola, recante l'insegna dei Diòscuri. Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l'indomani arrivammo a Pozzuoli». Riflettevamo la volta scorsa su il venti, su i venti, sui vortici dei venti. Qui adesso si aggiunge lo scirocco. E con il vento in poppa la nave giunge a Mazzuoli. In tutto 3 giorni, da Siracusa a Roma.

«Qui trovammo alcuni fratelli», a Pozzuoli dunque l'incontro con i fratelli di una comunità cristiana che è già presente in quella città, un porto, un luogo frequentato, già di là è passato qualcuno, già l'evangelizzazione ha manifestato la sua fecondità, già esiste una comunità. Molto interessante questo incontro con i fratelli che il nostro Luca ci tiene a cogliere questo particolare motivo di incoraggiamento per Paolo man mano che procede nel suo viaggio verso la grande città, verso il mostro, la capitale dell'impero. Si chiama Roma, ma è come l'antica Ninive di Giona, è come la grande Babilonia. E nel corso del suo viaggio verso Roma, che come sapete rientra dentro a tutto un disegno pastorale, progetto con il quale Paolo aveva voluto esprimere le sue intenzioni mature, sapienti, generose, di evangelizzatore, con tutti gli inconvenienti che aveva dovuto affrontare, le contraddizioni, come sappiamo Paolo si è reso conto di avere frainteso tante cose. Ci è stato di mezzo il naufragio, la carcerazione, ma non c'è dubbio, adesso Paolo giunge a Roma. Comunque vedete, gli avvenimenti si sono svolti nella gratuità di una purissima provvidenza divina in modo tale da condurre Paolo fino a prendere dimora nel grembo del mostro, nel cuore del mondo, nell'estrema periferia. Già, l'abisso è quella profondità marina di cui ci parlava Luca nel cap. 27, nel corso della tempesta, là dove è avvenuto il naufragio, ma appunto, coloro che sono stati travolti da quella tempesta furibonda sono in salvo. Adesso vedete, avviene qualcosa di analogo a quel che leggiamo nel libro di Giona. Giona, per 3 giorni e per 3 notti, dice il racconto nella pancia del mostro. E Giona per 3 giorni e 3 notti nella pancia di quell'altro mostro che si chiama Ninive. L'evangelo. E l'evangelo, vedete, che riguarda non la soluzione di particolari problemi meteorologici o di particolari equilibri cosmici, ma l'evangelo che riguarda, come noi già sappiamo e sappiamo bene, io stesso vi ho incalzato a questo riguardo fino a qualche momento fa, l'evangelo che riguarda il senso della storia umana, l'orientamento della storia umana. E' il mostro che inghiotte? E' il grembo che genera. Così l'abisso marino, il luogo del naufragio, così è l'impatto con Roma, vi dicevo il centro del mondo, la capitale dell'impero, nello stesso tempo è anche la vera periferia, la realtà che sta nell'estrema distanza, la centrale organizzativa di tutto quel sistema di interpretazione delle cose, di gestione della vita e di governo dei popoli che si chiama impero: Roma. Estrema periferia. Paolo arriva fino alla capitale dell'impero, in qualità di galeotto, per sostenere un dibattimento giudiziario, per il quale peraltro non ci sono imputazioni valide, comunque sia l'avvicinamento di Paolo a Roma, questo mi premeva cogliere, è segnato dal progressivo riconoscimento di una presenza fraterna. Paolo guarda verso Roma per riconoscere dei fratelli. Questo particolare narrativo è ricco di una sapienza teologica inesauribile. Paolo arriva a Roma e il suo impatto con il mostro è mediata dalla comparsa di fratelli lungo il percorso. Fratelli a Pozzuoli, «i quali ci invitarono a restare con loro una settimana». E notate, qui giocando un po' con la scansione dei giorni e delle settimane noi siamo così cordialmente riportati alla periodica celebrazione dell'eucarestia, di settimana in settimana, di domenica in domenica. Da un'eucarestia all'altra.

«Partimmo quindi alla volta di Roma. I fratelli di là», ecco: come Paolo si avvicina a Roma emergono queste presenze fraterne. «I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio». Eucarestia, così trepidante Paolo, così preoccupato, ha i suoi buoni motivi, Paolo con tutti i motivi di ansia che porta con sé, con tutte le incertezze che


(giro cassetta)


vedete è la sua chiave interpretativa di quella realtà con cui sta impattando. Roma, capitale dell'impero, il mostro, Roma come Ninive, come Babilonia, Roma la città costruita sul sangue del fratello, da Caino in poi, Roma. Ebbene, vedete, Paolo giunge a Roma ed è proprio lui in grado di riconoscere la presenza di altri che sono fratelli.

Vedete, Paolo a Roma per svolgere, per realizzare un ministero pastorale, la sua attività di evangelizzatore, tutto quello che vogliamo, il fatto è che questa prospettiva che riguarda la vocazione di Paolo, la sua missione al servizio dell'evangelo, questa prospettiva si realizza per lui per come, per il fatto stesso, per questo modo che oramai Paolo ha acquisito, in rapporto all'impatto con il mondo. Roma. Paolo guarda il mondo e riconosce la presenza dei fratelli. Ha tutte le buone ragioni per ritenersi nella bocca del mostro, nella pancia del grande abisso. Paolo è evangelizzatore, perché nel suo impatto con Roma riconosce i fratelli. Vedete, questo a prescindere da quel che dirà, che farà, dal piano e dal programma della sua opera pastorale. E' il suo modo di stare al mondo, è il suo modo di guardare il mondo, è il suo modo di prendere contatto con le cose, con gli eventi, con quella storia drammatica, tragica, terrificante, travolgente, con questo naufragio, che pure ha il suo volto sontuoso, maestoso, grandioso, poderoso: si chiama Roma, ma è un naufragio, è il crollo, la tragedia, è la fine del mondo, ma si chiama Roma. Paolo vede i fratelli e celebra l'eucarestia. E' la sua chiave interpretativa, l'eucarestia.

«Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia». Dunque prende dimora in questa casetta, dovrà pagare anche l'affitto, c'è un soldato che lo sorveglia. Paolo è in catene, non lo dimenticate mai. In occasione del naufragio le catene sono state sciolte, ma adesso di nuovo a Roma è un uomo in catene, perché sotto processo? Perché sottoposto a custodia militare? Fatto sta che le catene di cui parla il nostro Luca sono da intendere come il vero sigillo della sua appartenenza al Signore e all'evangelo. E di quella appartenenza che riguarda la presenza di Paolo nel mondo, perché il mondo è del Signore e non c'è nessuna creatura di questo mondo, non c'è mostro che possa ergersi sulla scena della storia umana, non c'è serpente che possa sprizzare veleno con la sfacciataggine più spudorata di cui è capace, che non sia realtà sottoposta alla signoria di Gesù.

Le catene di Paolo, il sigillo della sua appartenenza all'evangelo. Paolo è incatenato in comunione con la storia degli uomini, perché oramai la storia degli uomini appartiene al Signore.

E adesso dal v. 17 fino alla fine del libro, gli ultimi episodi che Luca ci racconta, ama come già sappiamo questa non è la conclusione, perché non veniamo nemmeno a sapere come va a finire il famoso processo, Luca non ci informa. Non possiamo soddisfare le nostre curiosità, quale sarà il seguito. Non importa questo. Per Luca quel che importa è adesso invitarci ad osservare la scena. Anche qui è un'icona davanti alla quale restiamo un po' sorpresi, incantati. Ecco, un cristiano a Roma, ecco un cristiano nel mondo, ecco un cristiano buttato dalle onde della tempesta buttato in fondo al mare, ecco un cristiano che passa attraverso la pace del mondo, ecco un cristiano che evangelizza: è Paolo.

Giunto a Roma Paolo chiama i rappresentanti della comunità giudaica che risiede nella capitale dell'impero, un primo incontro fino al v. 22, poi un secondo incontro dal v. 23. Paolo ha sempre bisogno di recuperare il rapporto con quelli della sua gente, con quelli del suo popolo, con quelli d'Israele, sempre ha bisogno.

Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: Fratelli», cerca fratelli e in primo luogo, quando Paolo si rivolge a dei fratelli, intende quelli del suo popolo, con i quali ha già avuto tante questioni. Oltretutto spiega adesso, si trova a Roma in catene sotto processo, perché i suoi fratelli, le autorità giudaiche di Gerusalemme proprio loro, suoi fratelli, lo hanno accusato. «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. Ma continuando i Giudei ad opporsi, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo», vedete, io non voglio accusare nessuno. «Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi», ecco il desiderio di incontrare i fratelli, «poiché è a causa della speranza d'Israele che io sono legato da questa catena». Tutto, vedete, si spiega per Paolo in relazione alla speranza d'Israele. Quando Paola dice: speranza d'Israele, come già precedentemente forse ricordate, Paolo intende tutto lo svolgimento della storia della salvezza, per cui le promesse antiche si compiono con la resurrezione dei morti, e la resurrezione dei morti si è realizzata nella resurrezione di Gesù, è la speranza d'Israele. Ebbene io sono legato da questa catena perché ho testimoniato la speranza d'Israele, la resurrezione di Gesù.

«Essi gli risposero: Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione». Dunque non sappiamo niente di te, dei fatti che ti riguardano, però ci interessa saperne qualcosa di più per quanto concerne questa che loro chiamano setta, questa airesis, che dappertutto suscita motivi di contraddizione.

Secondo incontro, vv. 23-28, non è semplicemente mirato a stabilire un contatto di fraternità, di riconoscimento, di informazione. Il secondo incontro invece ha un tema, perché adesso Paolo dedica un giorno intero a una opera di evangelizzazione in senso stretto.

«E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio; egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, il regno di Dio», questo è il tema della giornata, il regno di Dio. E vedete: «cercando di convincerli riguardo a Gesù», e il regno di Dio, cioè il disegno di Dio nella storia degli uomini, la sua opera nel corso delle vicende umane, quella che chiamiamo la storia della salvezza, dalle promesse in poi, le promesse che da un certo momento si ricapitolano, nella storia del popolo di Dio, nella promessa messianica: il figlio promesso a Davide, l'instaurazione del regno, ebbene tutta la storia della salvezza, che è il motivo per cui esiste questo popolo, che è stato coinvolto in un rapporto di alleanza con il Dio vivente, si compie con l'avvento del regno, ma l'avvento del regno coincide con la persona e la missione di Gesù: «cercando di convincerli riguardo a Gesù». E notate, per tutta la giornata Paolo espone i suoi argomenti in base alla lettura, allo studio, al commento delle sacre Scritture «in base alla Legge di Mosè e ai Profeti. Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere e se ne andavano discordi tra loro». Dunque c'è una disarmonia, voci asinfoniche, dice qui il testo greco: mentre se ne vanno discutono tra di loro. Anche noi possiamo ascoltare le voci di questi che si stanno allontanando e che lungo la strada discutono, forse addirittura gridano, strepitano, comunque percepiamo che c'è dissenso, c'è una dissonanza, c'è una disarmonia, all'interno di quella che pure avrebbe dovuto essere un'unica grande sinfonia d'Israele. E a questo punto interviene di nuovo Paolo che commenta: «mentre Paolo diceva questa sola frase», quelli che se ne vanno sono in conflitto tra di loro, posizioni discordanti, la testimonianza con cui Paolo si è manifestato, l'insegnamento che Paolo ha sviluppato, la proposta, l'annuncio, l'evangelo, il regno di Dio, il Signore Gesù, morto e risorto, vivente, glorioso. Evangelo unico ed eterno, pieno compimento di tutte le promesse antiche. Ebbene loro discutono, Paolo rimane e commenta: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri», e qui Paolo cita un testo famoso di Isaia (6,9-10). Notate questo appello di Paolo alla voce dello Spirito Santo che parla per bocca del profeta. La volta scorsa abbiamo riflettuto abbastanza a lungo e con particolare insistenza sul significato pneumatico, carismatico, di quel turbine di venti che sconquassa la scena del mondo. E' così determinante per quanto riguarda lo sviluppo della tempesta in mezzo la mare. Ha detto bene lo Spirito Santo, è lo Spirito di Dio che irrompe, che realizza le sue intenzioni, lo Spirito di Dio che si impone come potenza di Dio che riporta gli uomini alla vita, perché il Padre si è compiaciuto del Figlio, e oramai gli uomini sono sigillati nella comunione con quel Figlio morto e risorto. Lo Spirito Santo per bocca del profeta Isaia ha detto: «Và da questo popolo e dì loro: Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete; guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito: e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi; hanno chiuso i loro occhi per non vedere con gli occhi non ascoltare con gli orecchi, non comprendere nel loro cuore e non convertirsi, perché io li risani».

Conosciamo questo testo, si inserisce nel cap. 6 di Isaia che riguarda il racconto della cosiddetta vocazione di Isaia, la grande visione di Isaia nel tempio, mentre partecipa alla celebrazione del culto: Santo, Santo, Santo… Ebbene Isaia 6. Questo testo è poi citato molte volte nei vangeli. Ricordate. Qui in modo esteso, il testo è ripreso da Luca in questo finale degli Atti sulla bocca di Paolo che rievoca così il dramma del suo popolo che non accoglie, parzialmente ha aderito, egli stesso, Paolo, è tra coloro che hanno ricevuto l'evangelo e lo hanno trasmesso, ma non c' dubbio, oramai siamo giunti alla fase in cui il traboccamento dell'evangelo che coinvolge i popoli pagani e dunque l'umanità intera, questo traboccamento assume una andatura disinvolta. E' il momento della maturità. Questo sapete, adesso possiamo anche dire meglio, è proprio il motivo per cui arriviamo al termine del nostro libro, non perché è finito il racconto, tra l'altro le notizie che ci dovrebbero soddisfare le nostre curiosità non ci sono fornite, ma siamo alla fine del racconto perché siamo giunti a constatare insieme con Paolo come oramai è maturato il passaggio per cui da Israele, che rimane al suo posto e da cui non si può mai prescindere, ma da Israele l'evangelo trabocca in modo tale che Roma, capitale dell'impero, diventa, per così dire, trampolino di lancio. E' il centro e insieme la periferia del mondo, con tutte quelle considerazioni su cui insistevo poco fa, è l'affaccio missionario per eccellenza, da Roma oramai per tutte le strade, fino agli estremi confini della terra, per raggiungere tutti i popoli, per attraversare tutti i percorsi di ordine culturale, momenti di civiltà, testimonianze umane, esperienze, visibili e invisibili: è il traboccamento.

«Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l'ascolteranno!». Vedete che Paolo qui non sta condannando nessuno, non sta nemmeno rinnegando l'appartenenza ad Israele, tutt'altro, sta registrando come in quel tracollo generale e nella fatica di quella conversione che ancora stenta a manifestarsi, la potenza dello Spirito di Dio è all'opera in modo tale da determinare una fecondità ulteriore. Già, l'evangelo è davanti a noi quando ancora non ci siamo convertiti. Vedete, questo finale degli Atti degli apostoli è davvero un programma, è un modo di guardare verso l'evangelizzazione che coinvolgerà le generazioni future, da Israele ai pagani,e poi di generazione in generazione quando ancora cristiani così scadenti e così inconcludenti come siamo, dobbiamo registrare il fatto che non abbiamo maturato nella conversione, già siamo chiamati a renderci conto che l'evangelo ci ha superati, che l'evangelo già corre al di là delle testimonianze che possiamo offrire nella nostra empirica miseria di cristiani rimasti a metà strada. Ma è poi vero che di questa nostra empirica miseria non si può fare a meno, così come non si può fare a meno di Israele, così come appunto nella sapienza misericordiosa di Dio oramai cresce oltre ogni confine, limite, misura, oltre ogni capacità organizzativa, oltre ogni tecnica pastorale, cresce nella sua definitiva e universale capacità la grazia della vita nuova.

Sia dunque noto a voi che questa salvezza, tra l'altro notate qui che il termine salvezza è detto in greco con sotirion. In greco c'è il termine sotiria. Questo termine è usato frequentemente anche da Luca nei suoi scritti, ma qui è il termine sotirion, termine presente nel greco biblico nelle traduzioni in greco degli scritti anticotestamentari. Fatto sta che negli scritti di Luca questo termine compare solo 3 volte. Qui siamo alla fine degli Atti. Ritorniamo all'inizio del Vangelo di Luca, è come una grande cornice. Poco fa quel richiamo a riguardo della vipera: fine e inizio, cornice, è l'inclusione. La vipera è sconfitta (Lc 3,7: figli del serpente, dice Giovanni battista). Sotirion. In quello stesso brano evangelico al cap. 3 v. 6, Giovanni battista cita Isaia 40, ricordate, testo famosissimo: una voce grida nel deserto… Isaia 40,5, Luca 3,6: ogni carne vedrà la salvezza di Dio, ogni carne vedrà il sotirion, ogni carne, ogni creatura l'umanità intera, non ci sono più impedimenti ed incertezze, la diversità dei popoli, la molteplicità delle culture, tutto diventa motivo, occasione propizia perché la salvezza divina, l'opera di Dio la grazia dell'evangelo dilaghi e si esprima con una ricchezza di frutti sempre più abbondanti. Ora, vedete, Lc 3,6: ogni carne vedrà la salvezza di Dio. Adesso siamo alla fine degli Atti: vedranno la salvezza di Dio, ascolteranno. Intanto noi siamo ancora in difficoltà con la nostra fondazione, ma non c'è dubbio, l'intenzione di Dio è chiaramente dichiarata, perché gli uomini guariscano, perché gli uomini ritornino alla vita, perché gli uomini siano risanati. Fatto sta che se facciamo ancora un piccolo salto all'indietro in Luca (2,30), ricordate il cantico di Simeone, il cantico della compieta, tutte le sere quando ci si ritira per dedicare la notte al sonno e ogni sera una premonizione di quel sonno verso cui siamo in cammino, di sera in sera, da una vita all'altra, da una generazione all'altra: Ora lascia o Signore che il tuo servo, vada in pace, perché i miei occhi hanno vista la tua salvezza, i miei occhi hanno visto il tuo sotirion, rivelato da te a tutti i popoli, Israele, è un'unica salvezza, è un unico disegno. I miei occhi hanno visto. Il povero Simeone, vecchio com'è ha preso in braccio il bambino. Qui siamo alla fine degli Atti. Cosa ha fatto Paolo a Roma? Paolo a Roma come si è difeso nel processo, come ha organizzato le forme pastorali di quella nuova comunità che proprio in seguito alla sua presenza crescerà, maturerà, porterà frutti, ecc. Paolo a Roma ha preso in braccio il bambino. Ogni carne vedrà la salvezza di Dio. I miei occhi hanno visto. Adesso posso andarmene in pace. La salvezza di Dio preparata per tutti i popoli, luce per tutte le genti e gloria d'Israele. Tutte le sere quando andiamo a dormire recitiamo il cantico di Simeone.

Ed ecco: «Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione». Altri 2 anni, notate le lungaggini che a noi sembrano proprio sconcertanti. Due anni era rimasto a Cesarea in quel carcere, due anni adesso a Roma, a fare che? «e accoglieva tutti quelli che venivano a lui», notate questo modo di chiudere il racconto, che poi allo stesso è il modo di aprirlo perché siamo affacciati su un orizzonte che oramai si spalanca dinanzi a noi senza più confini. Accoglieva tutti,questo ha fatto Paolo, giudei e pagani: tutti, quelli che venivano a lui «annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento». C'è l'annunzio e l'insegnamento, la catechesi. Paolo ci ha appena detto che per 2 anni rimane incatenato in quella condizione così balorda di chi è sotto processo e deve aspettare una sentenza, che non si sa nemmeno se sarà mai proclamata, e diremo: perde tempo, un'ingiustizia terrificante, ed è proprio vero, eppure: con tutta franchezza e senza impedimento. Dunque Paolo a Roma, in quella condizione in cui si trova, è un uomo libero. Il racconto degli Atti si conclude con questo avverbio: akolutos, senza impedimento, l'uomo libero. Già è la libertà di un cristiano vedete, è la libertà di Paolo che a Roma, incatenato com'è e con tutte le situazioni che conosciamo, accoglie tutti, è in grado di accogliere tutti. E' in grado di consumare la sua vita nella libertà di un amore vero, paziente, semplice, umilissimo, un amore per cui non ci sono più confini mentre la parola di Dio corre e l'evangelo converte il cuore umano.




1 S. Roberto Bellarmino – 4 maggio 2004

Lectio divina

Atti degli Apostoli 2003-04