Incontri di discernimento e solidarietà
 
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Sesto incontro del ciclo 2004-2005

Martedì 3 maggio 2005




Il profeta non è uomo di successo



Leggevamo la volta scorsa alcuni brani, in modo un po’ rapsodico, tra il cap. 13 e il cap. 23 nella raccolta di oracoli dedicati alle nazioni della terra, che ci hanno aiutato a mettere ancora una volta a fuoco la visione ampia, universale di quel disegno che si illumina in rapporto all’ iniziativa di Dio, il Santo, così come il nostro profeta Isaia vuole testimoniare. E’ un disegno che coinvolge la storia degli uomini dall’inizio, in tutte le sue componenti, in tutti i suoi aspetti, in modo tale da raggiungere la profondità del cuore umano, perché è proprio a partire da quell’abisso - che è inquinato - che il Signore Onnipotente rivela di voler avviare quel processo di conversione da cui dipende la salvezza, ossia il ritorno alla pienezza della vita. Il popolo dell’Alleanza è in scena in prima evidenza; figura esemplare da cui non si può prescindere. Il nostro grande Isaia è testimone, direttamente coinvolto nelle vicende di quel popolo che è il “suo” popolo, del Regno di Giuda; quando ancora – fino ad una certa epoca - sussiste a Nord il regno di Israele. Lui è a Gerusalemme, in contatto con il Tempio. Il suo sguardo, il suo animo, la sua testimonianza profetica ci hanno dimostrato come dalla visione di quel che avviene sulla scena del mondo (là dove il Dio vivente è Lui che è il Santo e il vero protagonista) si abbia il riscontro di un’opera di salvezza che riguarda tutta l’umanità - di ieri, di oggi e in vista di quello che sarà lo sviluppo futuro della storia umana - in modo tale da rimetterla in grado di rispondere all’ iniziativa di Dio come Egli si attende: il cuore redento, trasformato, rieducato degli uomini. Quel loro cuore inizialmente “duro” che alla fine sarà recuperato, in modo tale da poter corrispondere - nella fede, nella disponibilità, nell’adesione e nell’abbandono - al rapporto gratuito di vero amore che il Dio vivente, da parte sua, ha programmato fin dal principio. Il nostro Isaia ci invita a renderci conto di quest’ opera di salvezza, che è in atto in virtù dell’ iniziativa gratuita di Dio che si manifesta come volontà redentiva. Tutte le incertezze, le contrarietà, le asperità della storia umana; tutte le “durezze” del cuore umano, le cattiverie, le iniquità che in quella durezza si sintetizzano; tutte le conseguenze disastrose che derivano dall’ ingiustizia, dall’ incredulità e dal peccato degli uomini, che tradiscono la loro originaria vocazione alla vita, tutto ormai viene reinterpretato alla luce di quel disegno di salvezza che si compie in obbedienza a Dio, al suo primato d’amore, alla gratuita rivelazione della sua Santità.

Noi adesso lasciamo da parte i cap. da 24 a 27 e spostiamo il nostro sguardo sulla raccolta di oracoli contenuti nei capitoli che vanno dal 28 al 33. I capitoli da 24 a 27 costituiscono un’ inserzione, nel quadro della redazione definitiva del nostro libro, che appartiene certamente a una fase della storia del popolo di Dio (e quindi anche della storia della redazione del testo) piuttosto avanzata. Non a caso, normalmente, nelle nostre Bibbie questi capitoli - da 24 a 27 - sono intitolati: “L’Apocalisse di Isaia”, e il termine “apocalisse” è sintomatico, proprio perché rinvia a un momento di maturazione teologica e pastorale successivo. Tutto, però, viene ricondotto a quella che fu – nello scorcio finale dell’VIII secolo - la predicazione, la testimonianza, la stessa figura emblematica, per il suo modo di porsi in seno alla comunità di Israele, del grande Isaia. Egli - come già vi ho detto - è capostipite di una tradizione di profeti e lo vedremo andando avanti nella lettura del nostro libro, che ci impegnerà anche l’anno prossimo (con la vostra pazienza e la vostra collaborazione). Fatto sta che fino al cap. 39 abbiamo a che fare, sostanzialmente, con testi che ci trasmettono i contenuti della predicazione di Isaia, anche se nell’ambito di questi primi 39 capitoli, già troviamo queste inserzioni che, in modo anche massiccio, alludono a quella che è stata, poi, nel corso dei secoli successivi all’8°, l’ attività teologica e la predicazione profetica di altri personaggi, rimasti per lo più anonimi, e tutti ricondotti poi all’ombra di quella figura mastodontica che ha segnato indelebilmente la storia del popolo di Dio: il grande Isaia. Noi lasciamo da parte questi capitoli (dal 24 al 27) e diamo uno sguardo, adesso, ai testi che incontriamo nei capitoli seguenti – dal 28 al 33 – ed anche qui ci limiteremo a “scandagliare” il testo, soffermandoci in modo un po’ antologico, in base ad una scelta che vi “impongo” - anche se ha le sue motivazioni, sulle quali in questo momento non è il caso di dilungarci. Accettate, per ora, le mie scelte così come sono.





Fenomenologia del fallimento


Andiamo al capitolo 28. I testi che leggiamo in queste pagine provengono quasi sempre dal grande Isaia. Ancora una volta ci troviamo davanti a una visione ampia di ciò che succede sulla scena del mondo, però qui constatiamo, in modo abbastanza immediato, come l’attenzione del profeta si concentri sulla “fenomenologia del fallimento” registrabile nell’esperienza della condizione umana, con specifico riguardo alla storia “privilegiata” di quel popolo che Dio ha legato a sé in virtù di un particolare rapporto di alleanza. Questa “fenomenologia del fallimento” non si sviluppa – come ormai sappiamo bene – per effetto di un giudizio severo e intransigente che si possa arroccare in posizioni di “autorità”, quasi che il fallimento degli uomini possa essere giudicato dall’esterno. Non si tratta di questo, ma dell’occasione per contemplare come l’esperienza delle conseguenze alle quali questo fallimento conduce la storia degli uomini (esperienza dolorosa, amara, vergognosa) sia e divenga – in modo sempre più evidente ed esplicito – il terreno fecondo, propizio, benefico perché l’opera di Dio si compia, così da suscitare frutti di salvezza. E’ la storia del fallimento umano; ma tutto ciò che in questa storia viene registrato come disastro è ricapitolato all’interno di un’opera di salvezza che si realizza nella gratuità dei disegni di Dio. Più esattamente ancora – come adesso constateremo negli oracoli che leggeremo - emerge, a più riprese, l’esperienza di quello che è stato il “fallimento del profeta”, nel corso di svolgimento della missione affidatagli. Vedete: anche la predicazione del profeta è fallimentare; anche la sua testimonianza è condotta ad urtare contro risultati disastrosi. Già, in questo senso, si era espresso il Santo quando leggevamo di quella visione che Isaia ricevette, nel contesto della celebrazione liturgica nel Tempio a Gerusalemme; ricordate: “Santo, Santo, Santo …” (cap.6, v.2); la missione affidata al profeta è, sin dal momento iniziale, conferita in modo tale da spiegare, annunciare e “imporre” al profeta stesso la scadenza inevitabile di chi è chiamato a urtare contro un fallimento! Pertanto, il fallimento non è soltanto nelle cose, negli avvenimenti, nel cuore degli uomini in senso generico, ma esso si ripercuote nel vissuto missionario e pastorale che caratterizza intrinsecamente la figura del profeta. Non soltanto il cuore degli uomini è “duro” e la storia umana è un fallimento; non soltanto il popolo dell’alleanza tradisce la sua vocazione, diventando “tragicamente esemplare” nel mostrare le conseguenze della mancata corrispondenza ai doni ricevuti. E’ la stessa missione che il profeta ha avuto e che ha affrontato; quella alla quale il profeta si è dedicato, consegnato, consacrato; quella missione che il profeta svolge, così come gli è possibile, arrancando, polemizzando, rilanciando con instancabile energia l’urgenza dei suoi messaggi … quella missione è un fallimento!

Questo aspetto – su cui sto insistendo, forse sin troppo – vale la pena di coglierlo proprio qui, all’inizio del nostro lavoro di stasera che affronteremo attraverso la lettura di quattro testi (cap. 28, vv. 1-19; cap. 29, vv.1-14 ; cap. 30, vv. 8-17; cap. 33, vv.1-16).



I “guai” coinvolgono il profeta, ma non sono la parola definitiva


Primo testo: cap. 28, vv. 1-19 . Si apre con un “guai”. Nella pagine che seguono, abbiamo a che fare con una serie di “guai”, esattamente sei, che risuonano in modo esplicito ed anche molto clamoroso. Gli oracoli si sviluppano come grappoli che, man mano, vengono costruendosi a partire dal primo “guai” e poi, via via, fino al sesto. Interessante che non siano sette (cifra che rinvia, comunque, ad una pienezza, a un valore positivo): sono sei. I guai, nella storia umana, sono sempre sei, non sette, anzitutto proprio perché sono “guai” e, poi, perché non sono la parola definitiva; mai! Non è che , una volta che ci siamo resi conto di quant’è “inguaiata” la storia degli uomini, allora abbiamo capito. No; allora dobbiamo ancora capire come – attraverso questa storia inguaiata, disastrosa, catastrofica…( tutti aspetti che ho ripreso in tanti modi, nel corso di questi mesi) – l’opera di Dio si compia. E come la Santità del Dio vivente si riveli. Il profeta è lì testimone di questa novità e, nello stesso tempo, è già coinvolto nei “guai”, non solo come spettatore, ma in quanto la sua stessa missione partecipa di quel fallimento che è nella storia del suo popolo e dell’umanità. Questo passaggio è molto importante e troverà eco, sempre più eloquente, nell’esperienza di altri profeti dopo Isaia. E’ come se tutto ciò che riguarderà la tradizione profetica – che si esprimerà attraverso la testimonianza, spesso grandiosa, di altri illustri personaggi – fosse già in qualche modo anticipato da Isaia. In proposito, basti pensare alla tragica esperienza di cui diventerà modello, più maturo ed evidente che mai, il grande Geremia. Il fallimento; e il fallimento “interno” alla vocazione del profeta. Una missione – quella affidata al profeta e da lui svolta – che non ottiene! E perché? … Perché il cuore degli uomini è ancora “duro”; perché il popolo continua a tradire. Perché Samaria è distrutta? Perché anche Gerusalemme sarà assediata?... Il profeta vede come quel processo di conversione che è stato impostato non si realizza. E via di questo passo! (Abbiamo già visto un’altra serie di 6 “guai” al cap. 5, vv. 8-25; cfr. testo scritto dell’incontro del 1°/02/05, pagg. 4-7).



Il primo “guai” è per Samaria, ma non solo


Leggiamo il primo “guai” (cap. 28, dal v.1 al v. 19): “Guai alla corona superba degli ubriachi di Ėfraim, al fiore caduco (appassito), suo splendido ornamento, che domina la fertile valle, o storditi dal vino!”. E’ Samaria, capitale del regno settentrionale di Israele, negli anni che precedono il crollo e la scomparsa del regno; Samaria sarà assediata e distrutta; Sargon, il gran re di Assiria, farà questo nell’anno 721 a. C. Isaia, da Gerusalemme, è spettatore di questi eventi. E qui, vedete, “… Ubriachi di Ėfraim …”: Ėfraim è la tribù che costituisce il nucleo più prestigioso, nell’ambito di quelle tribù settentrionali che si sono raccolte nel regno di Israele. Ubriachi che si incoronano di fiori, per far festa. Ma – osservate – è un fiore appassito quello che gli ubriachi hanno intrecciato, per fare da corona sulla loro testa, insieme con altre decorazioni. La stessa città di Samaria, qui, viene equiparata al fiore che incorona la collina “che domina la fertile valle”. Quel fiore, però, è già appassito. E’ appassita Samaria, perchè ormai è inevitabile l’avanzata degli Assiri, lo sconquasso del territorio, la distruzione della città. Tutto ciò in un clima di festa, in cui ci sono ubriachi fradici che si rifiutano di guardare la realtà; che non vogliono rendersi conto di ciò che sta succedendo e ancora si vanno illudendo, nei fumi della loro ebbrezza.

Vv. 2,3,4: “Ecco, inviato dal Signore, un uomo potente e forte (è il gran re di Assiria), come nembo di grandine, come turbine rovinoso, come nembo di acque torrenziali e impetuose, getta tutto a terra con violenza. Dai piedi verrà calpestata la corona degli ubriachi di Ėfraim …”. Altro che decorazione splendida e festosa; calpesteranno nel fango quella corona! Altro che ubriachi; verranno brutalmente travolti da eventi che non hanno saputo interpretare! “E avverrà al fiore caduco del suo splendido ornamento, che domina la valle fertile (si passa dal fiore che sta nella corona messa sul capo degli ubriachi, a quel fiore che è la città, capitale del regno, Samaria), come a un fico primaticcio prima dell’estate: uno lo vede, lo coglie e lo mangia appena lo ha in mano …” (ed è finito tutto …; questo sarà di Samaria!).

I vv. 5 e 6 sono stati, probabilmente, aggiunti qui in una fase redazionale più avanzata, per effetto di quelle elaborazioni del testo cui accennavo: “In quel giorno sarà il Signore degli eserciti una corona di gloria, uno splendido diadema per il resto del suo popolo …”; per le tribù del Nord si tratta di una brusca interruzione: Samaria distrutta; il regno devastato; la popolazione deportata. Però c’è un “resto”, e il Signore diviene Egli stesso “corona di gloria”, Lui, il Signore “corona di gloria” di questo “resto” del suo popolo (storicamente, dopo il 721, rimane ancora in piedi il piccolo regno di Giuda che ha per capitale Gerusalemme, lì dove Isaia risiede) e sarà “… ispiratore di giustizia per chi siede in tribunale, forza per chi respinge l’assalto alla porta”. Il popolo – che qui viene identificato come il “resto dei sopravissuti” – si raccoglie attorno a questa esperienza della Signoria di Dio, che è presente, in modo da effondere il Suo Spirito di pace e di forza : è ispiratore di “giustizia” nei tempi di pace e di “forza” nei tempi in cui è necessario affrontare i conflitti. Comunque sia, qui, Isaia è testimone di quanto sta avvenendo a Samaria, nel regno di Israele, e vedete l’insistenza con la quale denuncia l’ubriachezza generale: gente che non vuol rendersi conto di quello che sta accadendo, che non ne vuol sapere, benché sia stata informata, avvertita, sollecitata, invitata, incoraggiata…; gente alla quale è stato rivolto un annuncio, uno stimolo, una predicazione; alla quale cioè è stata spiegata ogni cosa e che, ciò nonostante, …non ne vuol proprio sapere!



Anche il “resto” barcolla


Vv. da 7 a 13. Qui l’attenzione si sposta su Gerusalemme; “adesso parliamo di quel che succede a casa nostra” (diremmo noi mettendoci nei panni di Isaia): “Anche costoro barcollano per il vino…”. Costoro sono i “nostri”; siamo noi! Barcollano perché gli avvinazzati non sono solo quelli di Samaria i quali, peraltro, sono entrati ormai in un’altra dimensione! Il fatto è che questa ubriacatura coinvolge la nostra generazione, il nostro mondo, il nostro ambiente. Ci son di mezzo – tra l’altro – sacerdoti e profeti; cioè, figure di riferimento; i responsabili dell’attività liturgica; quelli impegnati nell’attività didattica. “… Vanno fuori strada per le bevande inebrianti. Sacerdoti e profeti barcollano (eccoli!) per la bevanda inebriante, affogano nel vino; vanno fuori strada per le bevande inebrianti, s’ingannano mentre hanno visioni… (i profeti sono “veggenti” e, osservate: visioni ingannevoli e illusorie; visioni che diventano motivo di corruzione e di perversione delle coscienze, dei pensieri e dei sentimenti del popolo che fa riferimento ai propri maestri), …dondolano quando fanno da giudici… (dunque, approfittano della situazione a seconda dei casi e degli interessi in gioco: “dondolano”; non sono coerenti e lineari; sono complici di quelle situazioni che, lì per lì, si impongono come più gratificanti e più favorevoli, ma non per questo e in nessun modo più coerenti con la vocazione di questo popolo e, quindi, con la missione che, all’interno di esso, è affidata ai sacerdoti e ai profeti). Tutte le tavole sono piene di fetido vomito; non c’è un posto pulito…”. Nell’ambito del Tempio, in un grande cortile, c’è anche lo spazio in cui si consumano i banchetti di comunione. Qui le sottolineature accennano a fenomeni particolarmente disgustosi; la scenografia diventa squallida e deprimente. Notate bene: si percepisce l’intimo disgusto, il risentimento profondo del nostro profeta, senza però che lui si arrocchi mai nella posizione del giudice che sentenzia dall’alto, ritenendosi estraneo alla vicenda. Fateci caso: leggete e rileggete questi oracoli ed è sempre inconfondibile la tensione emotiva del nostro profeta, che rivela il suo disagio, la sua preoccupazione, la sua delusione, la sua afflizione. E’ testimone diretto – lui, in prima persona – di un fallimento che dimostra come anche gli strumenti più preziosi che il Signore, nel contesto dell’Alleanza, ha voluto concedere al suo popolo per discernere la strada da percorrere in modo proficuo, edificante, benefico, siano depravati e corrotti!

Vv. 9 e 10. Qui c’è gente che fa il verso al profeta; che si è stufata di ascoltarlo: “ «A chi vuole insegnare la scienza? A chi vuole spiegare il discorso? Ai bambini divezzati, appena staccati dal seno?... (con chi crede di avere a che fare? Con bambini appena svezzati? Noi sappiamo il fatto nostro; anzi è lui che deve adattarsi alle nostre condizioni e all’andazzo generale; anche Isaia deve sottostare al gioco dei nostri interessi e rendersi nostro complice)… Sì: precetto su precetto, precetto su precetto, norma su norma, norma su norma, un po’ qui, un po’ là»”. Qui (v. 10) siamo proprio alla burla, alla canzonatura; come quella dei bambini, quando danno la báia con giochi di parole. Ecco: questa è la situazione in cui si trova il nostro Isaia. Ha di fronte gente che non ne vuol sapere! E notate come Isaia reagisca, testimoniando, da parte sua, l’intensità di una sofferenza purissima. Anche i bambini possono farsi gioco di lui; possono schernirlo impunemente: “Che cosa ci viene a dire Isaia? Tu vuoi scherzare o raccontare favole; tu, forse, stai declamando filastrocche adatte ai neonati!”. E, allora (v. 11): “Con labbra balbettanti e in lingua straniera parlerà a questo popolo…” Chi parlerà? Il Signore? Il profeta a nome del Signore? Isaia, qui, sperimenta che cosa vuol dire constatare, all’improvviso, che coloro a cui si rivolge considerano “straniera” la sua lingua. Ma come?! Lui sta parlando la lingua di sempre, la lingua materna, quella di tutti, eppure… “con labbra balbettanti e in lingua straniera parlerà a questo popolo…”. E’ straniera la lingua del profeta; è straniera la lingua di Dio! E Isaia si rende conto che le cose, davvero, andranno in questo modo: “…colui che aveva detto loro: «Ecco il riposo! Fate riposare lo stanco. Ecco il sollivevo!» (vedete: un messaggio di consolazione, perché il profeta è stato inviato per incoraggiare, sostenere, promuovere)… Ma non vollero udire. E sarà per loro la parola del Signore: «precetto su precetto, precetto su precetto, norma su norma, norma su norma, un po’ qui, un po’ là»,… (è proprio vero ciò che dicono loro: “non si capisce niente di quello che dici; son tutte fandonie, scemenze, arlecchinate, scenografie che possono incantare solo i bambini”. E’ proprio vero: non capiranno niente! Non è solo la parola del profeta, ma è quella del Signore che diventerà “straniera” per loro)… perché camminando cadano all’indietro (è quell’atteggiamento presuntuoso che abbiamo visto all’inizio, in una situazione, peraltro, di festa scatenata fino all’orgia; adesso da quella situazione si passa all’esperienza di una grande disfatta e di una caduta irreparabile), e così si producano fratture, siano presi e fatti prigionieri. Perciò ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti (si potrebbe tradurre, forse meglio, “beffardi”; “uomini che amate farvi beffa”), signori di questo popolo che sta in Gerusalemme (ascoltate) : «Voi dite: abbiamo concluso un’alleanza con la morte, e con gli inferi abbiamo fatto lega; il flagello del distruttore, quando passerà, non ci raggiungerà; perché ci siamo fatti della menzogna un rifugio e nella falsità ci siamo nascosti»” (abbiamo sistemato le cose in modo tale che anche la morte sta dalla nostra parte; anche la menzogna è nostra alleata! Qui, probabilmente, c’è anche l’allusione al tentativo di allearsi con l’Egitto: il regno di Giuda – contro l’Assiria – cerca appoggio in Egitto, là dove regna la morte; gli inferi per definizione. Ma tutto questo in modo assolutamente inconcludente. Voi dite “Abbiamo concluso…”; ecco, questa vostra soddisfazione di aver fatto lega con la Potenza che, in modo esemplare, rappresenta sulla scena del mondo la pesantezza, la cattiveria del negativo. “Siamo a posto; abbiamo trovato lo schieramento vincente, l’alleato che ci proteggerà da qualunque incursione”). Dice il Signore Dio: «Ecco io pongo una pietra in Sion… (versetto famosissimo, che dà avvio a tutta una tradizione contemplativa che rielaborerà il tema della “roccia”, fino al tema petrino per eccellenza; tutto si radica qui, in questo versetto 16), una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non vacillerà. Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella…»”. Dunque, in rapporto a quella situazione in cui gente screanzata e beffarda va a cercare presso il Faraone, in Egitto, un’alleanza – che, in sé e per sé, esprime aspetti macabri, se non proprio grotteschi e, comunque, inefficaci – il Signore pone una pietra che sia appoggio per i credenti; per chi si fida di quel sostegno; appoggio per chi si radicherà su quella pietra, fino alle pietre “scartate” che trovano la pietra di fondazione su cui venir poste a dimora, così da contribuire alla costruzione dell’unico edificio (Salmo 118, vv. 22 e 23) e fino alla Parabola di Gesù (Mt. 21, 42). “«Chi crede non vacillerà… (ma su “questa” pietra). Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella…»”. Sta parlando di una pietra squadrata e sistemata in modo tale che divenga il sostegno adatto per accogliere tutte le presenze piccole che, altrimenti, andrebbero disperse. La “giustizia” è proprio la dimostrazione di come ci sia chi si prende cura delle realtà più minuscole, più fatiscenti, più spoglie; c’è una pietra che costituisce ormai una fondazione incrollabile. Questo, però, vale per i credenti; per coloro che vi si appoggiano! Tutta la predicazione del nostro profeta è stata impostata, fin dal cap. 6, in questa prospettiva. E, adesso, ci siamo: “…«La grandine spazzerà via il vostro rifugio fallace (questa è la realtà alla quale ci stiamo accostando e non ci sono alternative), le acque travolgeranno il vostro riparo. Sarà cancellata la vostra alleanza con la sua morte; la vostra lega con gli inferi non reggerà. Quando passerà il flagello del distruttore, voi sarete la massa da lui calpestata (si ritenevano esenti, e invece…). Ogni volta che passerà, vi prenderà, poiché passerà ogni mattino, giorno e notte. E solo il terrore farà capire il discorso»”. Già: solo la lezione del terrore diventerà eloquente ed efficace per voi! Notate: il profeta è stato inviato non per spaventare, ma per consolare; non per condannare – secondo una lettura drastica degli eventi – ma per educare. E, invece, le cose non vanno così. Il “guaio”, il disastro – nella storia di questo popolo, a Gerusalemme e dintorni (ma è già stata la storia di Samaria) – sta nella missione del profeta. “Solo il terrore farà capire il discorso”!



Il secondo “guai” è proprio per Gerusalemme


Secondo testo, cap. 29, dal v. 1 al v. 14.Guai ad Arièl…”. E’ il secondo “guai”, che riguarda Ariél”, espressione che, molto probabilmente, serve ad indicare Gerusalemme. In questo caso, Gerusalemme è assediata. L’assedio ebbe luogo, poi, nell’anno 701 a.C. e fu in quell’occasione che tutto il territorio fu devastato; la città non fu conquistata perché l’esercito assiro – ricordate – si ritirò inaspettatamente, prodigiosamente. Leggiamo. “Guai ad Arièl, ad Arièl, città dove pose il campo Davide! (Gerusalemme era stata conquistata, anticamente, da Davide). Aggiungete anno ad anno, si avvicendino i cicli festivi (è la città nella quale si celebrano le liturgie festive; c’è il Tempio). Io metterò alle strette Arièl, ci saranno gemiti e lamenti. Tu sarai per me come un vero Arièl… (probabilmente, qui, l’assonanza è con la “graticola” che nel Tempio è sempre sormontata dalle braci incandescenti e dal fuoco che arde ininterrottamente; un altare, un’ara con la fiamma sempre accesa, dove vengono bruciate le vittime. In questo caso è Gerusalemme intera che viene trasformata in un rogo), … io mi accamperò come Davide contro di te e ti circonderò di trincee (ciò che avvenne da parte degli Assiri), innalzerò contro di te un vallo. Allora prostrata parlerai da terra e dalla polvere saliranno fioche le tue parole; sembrerà di un fantasma la tua voce dalla terra, e dalla polvere la tua parola risuonerà come bisbiglio (come si è trasformata la situazione: da quella città in cui le feste venivano celebrate puntualmente, secondo i cicli liturgici annuali, a questo stato larvale in cui, adesso, Gerusalemme assediata sta esprimendo il proprio languore, la propria miseria e una spossatezza contro la quale non sembra esserci rimedio). Sarà come polvere fine la massa dei tuoi oppressori (è ciò che accadde: gli Assiri si ritirarono quella volta) e come pula dispersa la massa dei tuoi tiranni. Ma d’improvviso, subito, dal Signore degli eserciti sarai visitata (ecco la “visita” del Signore: è questo il motivo per cui Gerusalemme è stata liberata? La ragione di quel suo stato di debolezza estrema a cui era giunta, trasformata quasi in una specie di cimitero, come Isaia ci ha descritto? Ecco: all’improvviso, gli assedianti si sono ritirati; questa è l’opera del Signore che ti ha visitato e ti visiterà…) con tuoni, rimbombi e rumore assordante, con uragano e tempesta e fiamma di fuoco divoratore. E sarà come un sogno (ricordate il Salmo 126, v. 1: “… ci sembrava di sognare…”), come una visione notturna, la massa di tutte le nazioni che marciano su Arièl, di quanti la attaccano e delle macchine poste contro di essa. Avverrà come quando un affamato sogna di mangiare, ma si sveglia con lo stomaco vuoto (un incubo!) come quando un assetato sogna di bere, ma si sveglia stanco e con la gola riarsa: così succederà alla folla di tutte le nazioni che marciano contro il monte Sion (si ritireranno senza avere carpito la preda, e allora…) Stupite pure così da restare sbalorditi, chiudete gli occhi in modo da rimanere ciechi… (dice Isaia: con tutto ciò che è successo, sta succedendo e ancora succederà, voi siete più assonnati e storditi di loro che, pure, sono raffigurati come chi sogna di mangiare e di bere e si sveglia affamato e con la gola riarsa! Voi, però, siete così appannati, annebbiati, ubriacati – torna quest’immagine – da non rendervi conto di quel che il Signore sta facendo per guidarvi e coinvolgervi nel rapporto di alleanza, che è stato predisposto proprio per rieducarvi a partire dalla radice del cuore); ubriacatevi ma non di vino, barcollate ma non per effetto di bevande inebrianti (almeno foste ubriachi di vino; non siete neanche degli alcolizzati!). Poiché il Signore ha versato su di voi uno spirito di torpore (ruàch tardēmâ) ha chiuso i vostri occhi, ha velato i vostri capi. Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato (ricordate il libro, a forma di rotolo, “sigillato con sette sigilli”, “nella mano destra di Colui che era assiso sul trono”, Ap. 5,1): si dà a uno che sappia leggere dicendogli: «Leggilo», ma quegli risponde: «Non posso, perché è sigillato». Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: «Leggilo»., ma quegli risponde: «Non so leggere». Notate che questo “libro sigillato” è, esattamente, la missione affidata al profeta. E’ lui che sta parlando di sé stesso e di come il suo impegno, la sua testimonianza, la sua intraprendenza, la sua irruenza… tutto, nell’oggettività immediata dei riscontri, sia inutile!. Non è che Isaia sia venuto meno alla sua missione, ma essa è intrinsecamente determinata da questa esperienza di incomunicabilità. Un rotolo sigillato: “leggilo… non posso perché è sigillato”; “leggilo… non posso perché non so leggere”… Torpore! Il termine che incontriamo qui, nel versetto 10 (tardēmâ – torpore), compare poche volte nell’Antico Testamento; la prima volta lo troviamo in Genesi cap. 2, v. 21: “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò…”. E’ quella profonda sonnolenza in cui sprofonda Adamo, perché il Signore gli estragga la costola, dalla quale è plasmata la compagna che gli verrà, poi, presentata. Come già sappiamo (ma è bene rendersene conto ancora una volta) si tratta dell’ ambiguità delle situazioni, per cui questo “torpore” – che esprime uno stato di sterilità deludente, sconfortante, mortificante non solo per il nostro profeta, ma anche per la storia del popolo di Israele, essendo in questione la vocazione ricevuta, la missione affidata, la responsabilità a lui conferita sulla scena del mondo! – è lo stesso torpore che, nella sapienza del Dio vivente e nel suo disegno gratuito di amore per il quale ha creato il mondo, è stato il sonno provvidenziale del progenitore, in modo tale che la compagna è stata presentata a lui, al suo risveglio. Quando Adamo esce dal torpore dice: “… essa è carne della mia carne e ossa dalle mie ossa(Gen. 2, 23).

E quando questo popolo si sveglierà? Vedete: non è un torpore che viene descritto dal profeta in termini di sentenza definitiva sulla storia del popolo di Israele. E’ il torpore che avvolge una situazione massimamente creativa, che porta in sé la forza della fecondità più pura e più gratuita e che, naturalmente, avrà effetto quando questo popolo si sveglierà. Per adesso il rotolo è “sigillato”!



Atei devoti”, già al tempo di Isaia


Proseguiamo nella lettura del capitolo 29.

Vv. 13 e 14: “Dice il Signore: «Poiché questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani (il culto esteriore non manca!), perciò, eccomi, continuerò a operare meraviglie e prodigi con questo popolo (visto come vanno le cose, ci aspetteremo una sentenza del tipo “non ne voglio più sapere di voi”; invece non è così: poiché questo popolo pratica un culto che è un “imparaticcio di usi umani”… “eccomi, continuerò”! Io opero ancora, malgrado l’ostinazione e l’incomprensione; e qui c’è il profeta, con la sua missione, il quale è inviato proprio nel luogo della contraddizione per subirne tutte le conseguenze); perirà la sapienza dei suoi sapienti e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti»” (maestri che lasciano il tempo che trovano!).




Scripta manent


Terzo testo: cap. 30, vv. 8-17. Si apre , al v. 1, con il quarto “guai” (il terzo – che abbiamo saltato – è al cap. 29, vv. 15-24). Leggiamo dal v. 8: “Su, vieni, scrivi questo su una tavoletta davanti a loro (qui è interpellato direttamente Isaia: “vieni… scrivi”,è lui personalmente chiamato in causa), incidilo sopra un documento, perché resti per il futuro in testimonianza perenne”. Se la predicazione, inizialmente orale, si traduce in un testo scritto, questo significa che il messaggio è rinviato ad un avvenire senza data. Il documento rimane e il profeta è depositario, strumento di una parola che, nel suo impatto immediato con la storia contemporanea, non è recepita! Il messaggio non passa. Fallimento totale. Ebbene “tu metti per iscritto”. Il motivo per cui noi leggiamo i libri dei profeti – e, in un certo senso, anche gli altri della Sacra Scrittura - è che tutto è passato attraverso l’esperienza dei profeti che (in modo equivalente al caso di Geremia) hanno scoperto come sia vero che il nostro fallimento umano è, ormai, divenuto luogo “sacramentale” del quale Dio si è appropriato per irrompere con la novità dei suoi propositi redentivi. Noi non riceviamo la Bibbia da qualcuno che ci viene incontro dicendo “noi ce l’abbiamo fatta, adesso tocca a voi”; è proprio l’opposto. Se no, non avremmo la Bibbia! Questa è la nota originalissima delle scritture bibliche, rispetto alle scritture sacre di altre tradizioni religiose.



Al profeta vien chiesto: “non dirci la verità, facci sognare”


Vv. da 9 a 11: “Poiché questo è un popolo ribelle (ecco perché devi mettere le cose per iscritto), sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore. Essi dicono ai veggenti (cioè, ai profeti): «Non abbiate visioni» (ma che cosa venite a raccontarci!) e ai profeti: «Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni! Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo di Israele». E’ proprio vero che c’è di mezzo il mistero del profeta, il quale è spudoratamente ricercato per ottenerne la complicità: “non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni…”. Questa è la richiesta generale, a furor di popolo: “Toglieteci dalla vista il Santo di Israele”!



Profeta inascoltato; popolo in rovina


Vv. 12-14. Di fronte all’insistenza di queste richieste petulanti (anche affettuose o, addirittura, devote) “… dice il Santo di Israele: «Poiché voi rigettate questo avvertimento e confidate nella perversità e nella perfidia, ponendole a vostro sostegno, ebbene questa colpa diventerà per voi come una breccia che minaccia di crollare, che sparge su un alto muro, il cui crollo avviene in un attimo, improvviso, e si infrange come un vaso di creta, frantumato senza misericordia (un cornicione che sta lì e traballa: al momento opportuno… vi casca sulla testa!), così che non si trova tra i suoi frantumi neppure un coccio con cui si possa prendere fuoco dal braciere o attingere acqua dalla cisterna». Una frantumazione tale per cui non c’è nemmeno un pezzo di creta che sia utilizzabile. Una rovina irreparabile! E quando il profeta si esprime in questi termini (lo percepiamo ancora una volta), c’è un affanno particolare che pervade questi versetti; c’è come un sudore gelido che affiora qui, tra le lettere di questo oracolo…: che disastro! E il disastro non è semplicemente nei fatti, ma è nell’intimo del profeta, che registra la sconfitta di quella che è stata la sua donazione e la sua consacrazione ad un servizio pastorale, in obbedienza alla parola del Signore, per l’edificazione del popolo. E, allora, dal v. 15: “ Poiché dice il Signore Dio, il Santo di Israele (gli oracoli che stiamo leggendo fanno tutti riferimento alla “Santità” del Dio vivente): «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza» (questo lo sapevamo già da un pezzo: è giunto il tempo in cui vi dovete convertire, perché la strada della conversione è aperta e percorribile; una strada luminosa, gloriosa, benefica, santificante per voi; si tratta di appoggiarsi con fiducia su quel sostengo solido, incrollabile che vi è stato preparato e indicato). “Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli” (il contesto è sempre quello delle vicende politiche e militari che sconvolgono la scena, nel corso di quegli anni: il Paese invaso, Gerusalemme assediata e così via. Avete detto questo?...). Ebbene, fuggite! - «Cavalcheremo su destrieri veloci».Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori. Mille si spaventeranno per la minaccia di uno (basterà un guerriero assiro e mille di voi scapperanno!), per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, finché resti di voi qualcosa come un palo sulla cima di un monte e come un’asta sopra una collina”. Ecco che cosa rimane di voi: un palo, come quelli che si piantano in montagna per misurare il livello della neve!



Il disegno di Dio è universale


Quarto testo: cap. 33, vv. 1-16

Saltiamo, adesso, al capitolo 33 e leggiamo dal v. 1 al v. 16. Questo è il sesto “guai” (il quinto – che, come il terzo, abbiamo saltato – è al cap. 31 vv. 1 e segg.) “Guai a te, che devasti e non sei stato devastato, che saccheggi e non sei stato saccheggiato (qui è interpellato “l’impero di turno” che, nel tempo di Isaia, è quello assiro; poi nella storia della salvezza prenderà nomi diversi, nel corso dei secoli, fino al Nuovo Testamento): sarai devastato, quando avrai finito di devastare, ti saccheggeranno, quando avrai finito di saccheggiare. Signore, pietà di noi, in te speriamo; sii il nostro braccio ogni mattina (intonazione orante, implorante), nostra salvezza nel tempo dell’angoscia (nel contesto di una storia tanto pesantemente schiacciata dalla volontà oppressiva, da pretese di conquista, da indiscriminata violenza… “pietà di noi Signore, in te speriamo”). Al rumore della tua minaccia fuggono i popoli, quando ti levi si disperdono le nazioni. Si ammucchia la preda come si ammucchiano le cavallette e vi si precipita sopra come vi si precipitano le locuste (dispersione generale; però, osservate come coloro che sono dispersi poi si raccolgano; svuotamento del territorio ma, poi, il Signore determina fenomeni tali per cui la scena si riempie nuovamente). Eccelso è il Signore poiché dimora lassù; egli riempie Sion di diritto e di giustizia. C’è sicurezza nelle sue leggi, ricchezze salutari sono sapienza e scienza; il timore di Dio è il suo tesoro (Dio è all’opera, già dal mattino; di fronte alla prepotenza dell’impero dominante, questa è la storia del mattino: è sempre mattino! Il Signore è colui che risiede in alto; è Lui che si fa avanti come protagonista, così da ricapitolare tutto della storia umana; è Lui che – da un impero all’altro, passando da fenomeni di svuotamento e di riempimento, di dispersione e di riconciliazione – persegue il suo proposito di salvezza, di “ricchezze salutari” – v. 6).

Adesso il tono del lamento: “Ecco gli araldi gridano di fuori, i messaggeri di pace piangono amaramente. Sono deserte le strade, non c’è chi passi per la via. Egli ha violato l’alleanza, ha respinto i testimoni, non si è curato di alcuno. La terra è in lutto e piena di squallore, si scolora il Libano e intristisce; la pianura di Saron è simile a una steppa, brulli sono il Basan e il Carmelo (tutto il territorio circostante è desolato; così lo spettacolo appare da Gerusalemme assediata; l’intero regno è stato occupato e deturpato sfacciatamente dai conquistatori; la terra è in lutto).

«Ora mi alzerò», dice il Signore…». Come sappiamo, nel 701 a.C. Gerusalemme assediata fu liberata, e Isaia continuò, poi, a ribadire l’urgenza di prendere atto del dono ricevuto, corrispondendo ad esso con l’adesione al cammino nuovo di conversione e di riconciliazione che il Signore aveva tracciato – e continua a tracciare – per il suo popolo. Isaia passerà, anche in quella occasione, attraverso delusioni cocentissime, fino ad affidare ai suo discepoli un “rotolo sigillato” da leggere al momento opportuno (come questa sera, nel nostro piccolo, capita anche a noi!). “«Ora mi alzerò» dice il Signore, «ora mi innalzerò, ora mi esalterò. Avete concepito fieno, partorirete paglia; il mio soffio divorerà come fuoco. I popoli saranno fornaci per calce, spini tagliati da bruciare nel fuoco. Sentiranno i lontani quanto ho fatto, sapranno i vicini qual è la mia forza»…” L’intervento del Signore è unico nella sua risolutezza, così da confermare il valore di un piano universale; i “lontani” e i “vicini” terminologia che tornerà nella lettera agli Efesini: non c’è più nessuno che non sia coinvolto; i vicini scoprono come i lontani siano interlocutori vicinissimi. Tutto questo avviene perché il Signore è all’opera; si tratta di un unico disegno. E’ una storia “sbagliata”, nel senso che il peccato degli uomini – e, quindi, quella certa durezza del loro cuore – sconquassa l’ordine degli eventi. Ma si tratta di una colpa nella quale, tra “lontani” e “vicini”, siamo veramente tutti parenti e dall’impero di turno alle vittime di turno – senza per questo semplificare il discernimento degli eventi, fingendo che non ci siano differenze – fanno parte di un unico disegno. Dominatori che occupano i posti del comando e vittime oppresse rientrano nell’unico disegno che si compie in obbedienza a Dio, che trasforma questa storia di violenza in una storia di redenzione, di conversione, di riconciliazione e di liberazione del cuore umano la cui “durezza” sarà finalmente infranta. Il profeta è stato inviato per questo. Ma si trova a svolgere un ruolo di contestazione che, istintivamente, non gli è affatto congeniale, anzi. Lo diceva Isaia poco fa: “io sono stato inviato per consolare gli stanchi, per soccorrere gli avviliti, per annunciare che finalmente è finito il tempo del rigore”, ed invece: “Hanno paura in Sion i peccatori…” Badate bene: in Sion, dunque tra di noi! E chi, infatti, di fronte ad eventi del tipo di quelli descritti non si sente sollecitato, provocato, messo in discussione radicalmente, così da confessare le proprie miserie di peccatore? E’ esperienza comune: nel momento del pericolo - anche laddove siamo vittime di qualche aggressione – emergono tutti i sensi di colpa! “Hanno paura in Sion i peccatori, lo spavento si è impadronito degli empi. <<Chi di noi può abitare preso un fuoco divorante? Chi di noi può abitare tra fiamme perenni?>>”; cioè: chi può avvicinarsi a Dio, a Lui che avanza con la sua intransigenza rigorosa ma, al tempo stesso, dolcissima, benefica, santificante, purificatrice? Chi potrà mai abitare presso di Lui?



L’immagine dell’uomo nuovo


Ed ecco i vv. 15 e 16, dove Isaia ci descrive l’immagine dell’uomo redento, come se ci volesse indicare la figura verso la quale è proiettata la sua visione profetica: l’uomo riconciliato dall’ intimo del cuore - in tutte le manifestazioni del suo vissuto – all’atteggiamento del volto, all’uso delle mani e al modo di muoversi. Una creatura nuova che sarà in grado di corrispondere alla rivelazione del Dio vivente. Chi è l’uomo secondo il cuore di Dio? “Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà, chi rigetta un guadagno frutto di angherie, scuote le mani per non accettare regali, si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male: costui abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio, gli sarà dato il pane, avrà l’acqua assicurata”. Dopo tutto quello che è successo e dopo circa una quarantina d’anni di ministero profetico, Isaia ancora contempla, nella visione, la realtà di un uomo nuovo che sia in grado di mangiare e di bere e che, per come mangerà e berrà, sarà finalmente specchio del Dio vivente. Così viene il Regno di Dio!

Qui mi fermo e vedete che il testo che segue, a completamento del cap. 33 (vv. 17-24), ci parla proprio del Re che viene nel suo splendore: “I tuoi occhi vedranno un re nel suo splendore, contempleranno un paese sconfinato…”. Venga il tuo regno; venga quell’uomo redento che sarà finalmente specchio del Tuo Volto. Così sia!