Incontri di discernimento e solidarietà
 
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Aprile 2005



Carissimo Gianni,


è la quarta lettera che ti invio e ti sarà sempre più chiaro che mentre penso a te come a un grande e stimatissimo amico, scrivo rivolgendomi a tanti altri amici e anche ad eventuali persone che non conosco ed a cui potrebbero arrivare queste righe.


Ho cercato di essere meno pesante del solito anche se mi sento come lacerato fra la grandezza, il “pondus” del Mistero di cui vorrei parlare e il desiderio di riuscire a comunicare, di trovare un po’ d’attenzione e di farmi capire.


Sarò pure più lungo e spero non prolisso.



Piangere per il pianto del mondo

Un bimbo piange per un piccolo dolore fisico o per un rimprovero. Un adulto piange per una grave perdita di un bene materiale, di un affetto, di un orientamento nella vita che gli dava una sicurezza.

Un credente in Dio piange perché si sente intimamente coinvolto nel pianto del mondo, di tutte le donne e di tutti gli uomini che soffrono in tanti modi diversi.


Il pianto di Giovanni

C’è un pianto che nasce dal profondo di Giovanni, l’autore dell’Apocalisse che vede nella mano di Dio un libro sigillato con sette sigilli in cui è racchiuso il senso dell’esistenza umana e nessuno è degno di togliere i sigilli. Rappresenta il pianto di tutti coloro che non capiscono il senso della loro esistenza terrena, come quello di tutte le persone della storia umana e dell’evoluzione cosmica.

E’ il pianto in cui, in un itinerario di ascolto della parola di Dio, alcuni hanno scoperto la base della vera “laicità”, il punto di partenza di una nuova politica.

E’ il pianto che di fronte al Mistero di Dio nasce dalla constatazione che nessuno è in grado di illuminarne la profonda oscurità.

E’ un pianto che tuttavia può essere consolato e cessare perché c’è chi rende il Mistero luminosissimo.


E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: “Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”. Ma nessuno né in cielo, nè in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: “Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli” (Apoc. 5).


Perché?

Conoscevo un bambino che domandava sempre perché, non per ottenere qualche cosa o per protestare, ma solo per il desiderio di capire. Tanti altri bambini fanno lo stesso.

Crescendo in età i perché si colorano diversamente: perché non mi dai questa o quella cosa? Perché non posso fare come fanno altri? E poi, perché non sono riconosciuti i miei meriti? Perché non mi si vuole bene come io tanto desidererei? Perché il mio amore non è corrisposto?

Da grandi i perché si fanno più inquieti, angosciati e carichi non di rado di amarezza e di rabbia, nel campo del lavoro, della famiglia, della vita sociale, della politica o della vita della Chiesa.

Quando poi ci capita di fare un po’ di silenzio interiore, liberi dall’affanno del fare e dall’incalzare dei pensieri, nascono da qualche profondità del nostro spirito dei perché più grandi di tutti gli altri e pesanti come macigni. Essi riguardano il senso della vita e della morte, dell’amore e della sofferenza. E se, superando le trappole delle parole e delle immagini, riusciamo a far silenzio ed a porci di fronte alla realtà di tutte le donne e di tutti gli uomini, delle loro straordinarie vite e dell’oceano delle loro sofferenze, i perché ci invadono e sembrano travolgere le nostre fragili esistenze.

I perché attendono delle risposte che in genere non tardano a venire: serene, quando si tratta di spiegazioni semplici, un pò nervose quando non si è del tutto padroni della materia, imbarazzate quando mettono in gioco qualcosa della nostra coscienza. Accade così ai genitori, agli insegnanti, dalle elementari alle cattedre universitarie, alle guide spirituali.

Fra i perché e le risposte che accompagnano la storia della nostra vita personale e quella dell’umanità, in un cammino ascensionale che non ci libera dalla sensazione del precipizio e del baratro, nasce in noi qualcosa che non vorremmo definire come un sentimento o un pensiero o una convinzione. E’ il mistero.


Il mistero

Parola che ripugna e attrae.

E’ una parola con cui talvolta giustifichiamo la nostra ignoranza; serve anche a nascondere qualcosa di inconfessabile: qualche vizio di cui ci vergogniamo o qualche trama segreta a danno di altri.

Chi, scienziato o meno, giustamente ammira i progressi della scienza può essere portato a pensare che il mistero è solo una conquista ancora mancata ma certamente fattibile.

C’è poi, specialmente fra i giovani presto annoiati da una vita, ai quali peraltro sembra che non manchi niente, un’attrazione forte del mistero che si confonde con la speranza di un’avventura che dia senso alla loro vita.

C’è infine un’esperienza del mistero che è propria di chi è libero da sovrastrutture falsamente culturali e dall’avidità che è idolatria.

Non si tratta per loro solo di ricerca ma di esperienza viva del mistero frutto di libertà e semplicità, conservata e riconquistata. Gesù dice: se non diventate come bambini non entrerete nel regno dei cieli.

L’esperienza del mistero si estende allora a tutto e a tutti, a ciò che è e a ciò che accade. Essa penetra in profondità dentro di noi come un assurdo invadente che ci fa toccare la disperazione e al tempo stesso come una speranza che non si spegne mai e non viene meno:


Ed ecco l’intervento di Dio.


Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e

in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente,

in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che

ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale

ha fatto anche il mondo” (Ebr. 1, 1-2).


Chi ce lo fa fare?

Può venire il momento in cui stanchi di arrovellarci sulle domande di senso abbiamo l’impressione che sia meglio non pensare tanto: conviene tirare a campare, fare i conti con le cose che si toccano con mano, fare il bene che è alla nostra portata; così tutto diventa più semplice e più chiaro. Ma questa serenità che sfiora l’incoscienza dura poco. Il mistero si risveglia e si impone prepotentemente.


In cielo e in terra

Guardo in cielo e non vedo nulla.

Guardo sulla terra e vedo un accavallarsi di contraddizioni.

Provo a pensare al rapporto fra il cielo e la terra e la confusione si fa totale. Come Dio, creatore universale e Padre, può volere, permettere, tollerare tutto il male inferto o subito? Come l’uomo riesce a fare tante cose senza Dio e anche opponendosi a Lui?


La parola di Dio non risponde alle nostre domande, non può essere contenuta nelle nostre formulazioni, illumina tutto di una luce che è al di là di ogni nostra attesa e ci dà una capacità nuova di vedere:


Veniva nel mondo

una luce vera,

quella che illumina ogni uomo

(Giov. 1, 9)


Facciamoci guidare dall’apostolo Paolo presentato dal Dizionario di Teologia Biblica, ed. Marietti, pag. 715:

Bisogna collocarsi nella stessa prospettiva – quella dell’apocalittica giudaica – per comprendere gli usi della parola mystèrion in S. Paolo. Questa parola in effetti suggerisce una realtà profonda, inesprimibile: apre uno spiraglio sull’infinito. L’oggetto che designa non è altro che quello del vangelo: la realizzazione della salvezza mediante la morte e la risurrezione di Cristo, il suo inserimento nella storia mediante la proclamazione della parola. Ma questo oggetto è caratterizzato come un segreto divino, inaccessibile all’esistenza umana fuori dalla rivelazione (cfr. Cor 14, 2). Il termine conserva così la sua risonanza escatologica; ma si applica alle tappe successive attraverso le quali si realizza la salvezza annunziata: la venuta in terra di Gesù, il tempo della Chiesa, la consumazione dei secoli. Questo è il mistero la cui conoscenza e contemplazione costituiscono in parte l’ideale di ogni cristiano.” (Col 2, 2; Ef 1, 15 s; 3, 18 s).


poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà,

secondo quanto nella sua benevolenza aveva prestabilito

per realizzarlo nella pienezza dei tempi:

il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,

quelle del cielo e quelle della terra” (Ef 1, 9-10).


La vita

Da bambini si vive senza pensare e si vive insieme agli altri.

Da giovani si cerca di vivere intensamente e si scoprono contemporaneamente l’amicizia e la concorrenza.

Da grandi si comincia a temere di poter perdere proprio la vita e la si difende con tutte le forze, così rimane spesso poco tempo per pensare agli altri e alla loro vita.

Da vecchi si sperimenta il declino della propria vitalità, tutto si rallenta e si prova a guardare oltre. Qualcuno si concentra sui figli o sulle proprie ricchezze , vedendo in esse la propria sopravvivenza.

Queste osservazioni valgono quanto un soldo bucato, come si diceva tanti anni fa.

L’età anagrafica conta fino a un certo punto: per Gesù solo chi diventa come i bambini è maturo per il Regno dei Cieli; in Isaia si parla di bambini di cento anni.

C’è poi la cultura, quella popolare e quella degli “uomini colti”, che influisce fortemente sul modo di porsi di fronte alla vita e di vivere.

Ognuno poi ha un’esperienza inesprimibile e non classificabile.


Cosa dice il Mistero rivelato

Mentre ci affanniamo a ricordare il valore della vita terrena dalla nascita (dall’embrione) fino alla morte, scordiamo facilmente che il Vangelo ci annuncia la vita eterna.

Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta”. (1 Giov. 1, 1-4)


Gesù a Marta: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno” (Giov. 11, 25-26).

La predicazione di Pietro fin dall’inizio è: “Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni… sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che avete crocifisso!” (Atti 2, 22-26).


Due miei fratelli la cui salute era gravemente minata parlavano di quello che verrà dopo il termine di questa vita terrena.

Uno che aveva studiato teologia cercava di capire qualche cosa, l’altro che aveva solo da giovane insegnato catechismo diceva che è inutile starci a pensare perché sarà tutta un’altra cosa.


Leggiamo alla fine dell’ultimo libro della Bibbia:


Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:


Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno il suo popolo

ed egli sarà il ‘Dio-con-loro’.

E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate“.


E colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”; e soggiunse:”Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.


Ecco sono compiute!

Io sono l’Alfa e l’Omega,

il Principio e la Fine.

A colui che ha sete darò gratuitamente

acqua della fonte della vita.

Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;

io sarò io suo Dio ed egli sarà mio figlio”.

(Apoc. 21, 1-7)


Mi hanno raccontato che alcuni monaci di stretta clausura quando si incontrano si salutano dicendo: Fratello, ricordati che devi morire. I cristiani sarebbe bello che dicessero: ricordate che devi vivere, ora e nell’eternità!


La fede

I bambini si fidano della mamma, del papà e di tutti i grandi, fino a prova contraria.

Quando l’amicizia è provata ci si fida degli amici.

Quando si è certi della convergenza di interessi ci si fida anche di estranei.

Ci si fida di se stessi ed entro certi limiti è una cosa buona e necessaria.

Si dice che fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, ma senza fidarsi di nessuno non si riuscirebbe a vivere.

Maria poco più che bambina si è fidata dell’annuncio che sarebbe diventata la madre del Signore. Elisabetta piena di Spirito Santo esclamò: “Benedetta tu fra le donne … e beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore.” (Luca 1, 24-45).


Tante forme di fiducia possono essere necessarie e molte buone. La fede è fidarsi di Dio come Maria: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Luca ib).


Oggi fra cristiani si fa spesso una gran confusione tra fede e religiosità. Non che la religiosità non sia un bene ma la fede è un’altra cosa. La religiosità è una iniziativa nostra, parte da noi che ci consideriamo praticanti perché andiamo a Messa e ci accostiamo ai sacramenti, leggiamo il Vangelo, studiamo il catechismo e la teologia, facciamo opere buone e cerchiamo di essere sempre sinceri e onesti nelle parole e nelle opere. La fede è un’iniziativa di Dio, è Lui che si rivolge a noi, ci interpella con parole e segni, con infinita discrezione e anche con violenza (proporzionandola alla singolarità di ognuno di noi) quando è per il nostro bene. La fede, nostra libera scelta, è accoglienza della sua iniziativa che è amore e salvezza.

La fede non è riducibile a un’adesione dell’intelletto, a una dottrina. La fede è un “sentire” ben diverso da quello proporzionato ai nostri sensi e al nostro intelletto.


La fede è appartenenza solo a Dio in Gesù Cristo.


Nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro, tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3, 21-23).



Non c’è passaggio di proprietà

Sentiamo dire, e forse diciamo noi stessi, io ho la fede mentre lui, poveretto, non ce l’ha. O al contrario, io non ho la fede e lui ce l’ha, beato o poveretto lui.

Certamente la fede è un dono di Dio, opera dello Spirito Santo che riempie l’universo, ma è un dono che non comporta un passaggio di proprietà.

Se dicendo ho la fede penso di esserne in possesso e quindi di poterla in qualche modo dispensare sono assai lontano dall’intendere la fede quale ci è stata rivelata dalla parola di Dio.

Così siamo alle volte portati a pensare e a dire che la fede o ce l’hai o non ce l’hai, come se questa non potesse esserci in misura maggiore o minore. Il Signore parla spesso di poca fede e anche di un minimo: “Se avete fede pari a un granellino di senapa, potreste dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 13, 31).

Il P. Dalmazio Mongillo in due righe fa un’affermazione preziosa per cui sarebbe opportuno fare un’accurata e lunga riflessione: “Più si situa la fede nella storia e la si fa valere nella sua radicalità più essa emerge nel suo aspetto di realtà non ancora rivelata”. (AA..VV. La speranza per la politica, ed. Lavoro, 1999, p. 94).

Autorevolissimo e centrale nel Concilio Vaticano II è quanto si dice circa il progresso della tradizione di origine apostolica al n. 8 della Costituzione “Dei Verbum”.

Forse ci è dato anche di riconoscere la crescita della fede nella nostra esperienza personale da quando eravamo bambini alla maturità, non di rado attraverso difficili prove.


Il senso della storia

L’umanità migliora?

In tempo di globalizzazione siamo molto perplessi nel cercare una risposta a questa domanda così legittima e apparentemente semplice. E’ evidente che occorre distinguere tanti aspetti diversi.

In che direzione va la storia? Dove stiamo andando?

Al centro della fede c’è la speranza, che è certezza, che la nostra è storia della salvezza. Nel passo citato della De Verbum leggiamo ancora: “La Chiesa, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità, finchè in essa vengano a compimento le parole di Dio”. Se per Chiesa si intende solo l’istituzione con la sua gerarchia questa affermazione significa poco. Ma la Chiesa come insegna la Costituzione conciliare “Lumen gentium” è proiezione nella storia del Mistero infinito di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. La Chiesa è il popolo di Dio.

La Chiesa è per il mondo, è nel mondo, è il mondo che per l’azione dello Spirito Santo si va trasfigurando verso “nuovi cieli e nuova terra”.

E’ così che nella fede si spalanca davanti a noi una meravigliosa contemplazione del senso più profondo della storia: verso la pienezza della verità, finchè vengano a compimento le parole di Dio.

La pienezza della verità è la pienezza della fede nell’accoglimento delle parole di Dio.

Non c’è dinamismo più grande e al tempo stesso più nascosto di quello della crescita della fede.

Occorre allargare gli orizzonti a tutte le donne e a tutti gli uomini che oggi sono nel mondo e poi aver presenti nella memoria del cuore tutti quelli che ci hanno preceduto e proiettarsi nella storia futura dell’umanità. Perché il soggetto della fede che va maturando è l’umanità passata, presente e futura, non per un susseguirsi di tappe staccate l’una dall’altra ma come un’unica grandissima vicenda.

Al centro di questa vicenda, all’origine come punto alfa e alla conclusione come punto omega, c’è il Mistero Pasquale, l’uccisione in croce di Gesù Cristo, la sua risurrezione ed ascensione in cielo.


Per Cristo, con Cristo ed in Cristo,

a te Dio Padre onnipotente,

nell’unità dello Spirito Santo,

ogni onore e gloria

per tutti i secoli dei secoli. Amen.”


La contemplazione di fede di tutta la storia umana come storia di salvezza risponde al bisogno più profondo, alla domanda insopprimibile: dove stiamo andando? Che sta succedendo? Che senso ha il nostro esserci e il nostro andare? Ma questa contemplazione rischia di staccarci dalla realtà, di lasciarci nel vago, sospesi in un vuoto pieno di una nebbia luminosa che si va oscurando.

La contemplazione di fede deve allora rivolgersi a tutti i particolari della vita personale e comunitaria, a tutte le crescite e a tutte le diminuzioni, a tutte le gioie e a tutte le sofferenze, ad ogni esperienza di amore, di avversità o di conflitto, a tutti i gesti di solidarietà e a tutti gli egoismi, a tutte le violenze, a tutte le ingiustizie e a tutti i patimenti da esse causate.

In tutto siamo chiamati nella fede a riconoscere un’estensione del Mistero Pasquale: passione, morte, risurrezione e ascensione al Padre.

Anche nei peccati? Con la fede della Chiesa che nella gioia pasquale canta “o felice colpa che ha meritato un così grande redentore!” non dobbiamo mai disgiungere i peccati dalla misericordia di Dio, il “mystèrium iniquitatis” (2 Ts 2, 7) dalla “profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie” (Rm 11, 33). “Dio infatti ha racchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!” (Rom 11, 32).

E coloro che non credono in Gesù Cristo e coloro che nemmeno lo conoscono?

Vorremmo perciò che le comunità cristiane d’Italia comprendessero che la comunione non le porta a rinchiudersi in se stesse, ma al contrario le invita e provoca a scoprire ovunque gli innumerevoli germi di comunione che lo Spirito di Dio sparge nel cuore degli uomini, anche di quelli che sono lontani dalla fede, dalla chiesa o, addirittura, ad essa ostili. Il concilio ci ricorda che “Cristo è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina” e ci obbliga a ritenere che “lo Spirito Santo dà a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale”. (“Comunione e Comunità,”, introduzione al piano pastorale della CEI per gli anni ’80, n. 49, su Il Regno 19, 1 nov. ’81).


Gesù Cristo vero Dio e vero uomo

E’ la verità centrale e fondamentale che crediamo con la fede della Chiesa. Non ha nulla di idolatrico ed è anzi via vera per il superamento di ogni tentazione idolatrica.

Eppure la tentazione idolatrica non smette di minacciarci e si insinua nella stessa religiosità cristiana.

Nella religiosità popolare ci possono essere delle esaltazioni di Gesù Cristo, come della Madonna e dei Santi, che si fermano alla grandezza umana ignorando il Mistero infinito di Dio. Non è dato a noi di discernere la fede presente, per opera dello Spirito Santo, nel profondo di forme di religiosità apparentemente paganeggianti e più vicine alla superstizione. E’ un campo in cui è particolarmente importante non giudicare specialmente dei piccoli, dei poveri e dei sofferenti.

Nell’impegno pastorale a tutti i livelli ci può essere la tentazione di esaltare la bontà, la bellezza, la grandezza del Signore, al fine di muovere l’affetto delle persone, dimenticando che nella sua umanità si rivela il Mistero infinito di Dio.

Lasciano molto perplessi forme pastorali che ignorano il silenzio, non lo praticano e non lo propongono.

Non manca poi la tentazione di fare del Signore una bandiera o addirittura una clava da brandire con braccio forte per combattere i non credenti.

Da un pulpito molto alto nella Chiesa ho sentito anche la proposta di propugnare con decisione il Vangelo nella politica.

Chiediamo allo Spirito che venendo incontro alla nostra debolezza mortale ci aiuti nell’adorazione silente del Mistero infinito. E’ essa importantissima anche per il rapporto con i nostri fratelli maggiori, gli ebrei, e con i musulmani.


I piccoli, i poveri, i sofferenti

Un bambino, Emanuele, di quindici anni, che ha lo sviluppo mentale di un bimbo di otto mesi, bloccato da una malattia terribile, è in condizioni gravissime al Policlinico Gemelli, tracheotomizzato da alcuni giorni.

Ieri, per un’ora ho ascoltato la madre che con il padre, un altro figlio e due figlie stanno vivendo queste giornate e delle ore terribili. Una profonda amicizia che da anni mi lega a questa famiglia mi fa sentire un coinvolgimento molto forte nelle loro sofferenze.

Mi è venuto spontaneo un accostamento per quello che stanno vivendo Emanuele e la sua famiglia al Policlinico Gemelli e quello che pochi giorni fa ha vissuto Giovanni Paolo II nello stesso luogo e poi nel suo appartamento in Vaticano. Ho accostato nella fede il dolore di Emanuele e della sua famiglia a quello del Papa e di quanti hanno partecipato alla sua malattia e alla sua morte.

Ho accostato i due eventi non per fare un confronto che umanamente non avrebbe senso e cristianamente potrebbe portarmi a giudicare contrariamente all’insegnamento del Signore: “Non giudicate!”. Ho concentrato la mia attenzione su Emanuele cercando di ravvivare la mia fede e sul Vangelo per trarne la certezza che questo piccolo evento agli occhi di Dio non è meno significativo di quello che ha commosso milioni di persone in tutto il mondo.

Quel che succede al Policlinico Gemelli a Emanuele, a tanti altri bambini e a tutti i sofferenti in tutti gli ospedali e in tutti i luoghi del mondo, ha un valore grandissimo perchè si innesta nel Mistero Pasquale, nell’uccisione e nella resurrezione di Gesù, e in qualche modo lo estende e gli dà compimento.

Il mondo non se ne accorge e i media non se ne interessano, ma dove ci sono le sofferenze più acute si compie la nostra salvezza, la salvezza del mondo, l’evento che dà senso ad ogni momento della storia.

Il Mistero infinito di Dio si rivela nella piccolezza, anzi nello svuotamento (la kenosis) del Figlio di Dio e di Maria, per coinvolgerci nella salvezza che è partecipazione alla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo:


Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana,

umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome”.(Fil. 2, 5-9).



I segni e il Disegno

La violenza e il patire sono così gravi e diffusi che è difficile fermarsi a contemplare il bene:

 

c’è un bene accanto al male,

c’è un bene dentro il male.


Quando cerco di fermarmi a contemplare il bene sono subito richiamato a considerare il male perché è una realtà che è sempre presente in me ed è nelle mie radici, e dovunque attorno a me. Se poi la mia coscienza ha un minimo di maturità mi impedisce di far come se il male non esistesse.

Provando a guardare con un occhio il bene e con l’altro il male rischio lo strabismo dello spirito.

La direzione buona è quella di guardare al bene che sta dentro al male.


E’ la realtà che ci si manifesta nella nostra esperienza quotidiana.

E’ quello che Gesù ci svela sul senso della storia nella parabola del grano e della zizzania. La Chiesa nell’”exultet” pasquale canta: “Oh felix culpa!”.

E’ il Mistero Pasquale che “trasfigura ed accende l’universo in attesa”.


La ricerca dei segni ci porta a scoprire il Disegno.

La ricerca del bene che c’è anche nel male è ricerca, riconoscimento, cordiale adesione ai segni del regno di Dio, della presenza dello Spirito che opera in tutto il mondo.

Siamo tuttavia esposti alla tentazione di nascondere i segni ed a quella di sostituirli con segni da noi inventati. Quanti vedono l’intervento di Dio in tanti fatti sia che piacciano sia che dispiacciano o a loro o ad altri.

Se assecondando lo Spirito del Signore, ci apriamo al riconoscimento dei segni in tutte le persone e in tutti gli eventi, vedremo un po’ alla volta apparire il Disegno di Dio, non come una teoria astratta ma come una realtà concreta, un evento nella storia, il senso della nostra storia come storia di salvezza.


Discernimento comunitario: la comunicazione spirituale

Perché si scopra il Disegno di Dio è necessario essere in molti a guardare.

S. Tommaso D’Aquino spiegando il senso del “consiglio” diceva che nel campo della pura speculazione una persona molto dotata intellettualmente può andare molto avanti anche da sola, ma che quando si tratta di capire la situazione in cui si vive e il senso di quel che succede bisogna essere in diversi perché la complessità può essere percepita solo quando si è in molti, uno vede un aspetto e uno un altro.

Il Signore promette la sua presenza quando due o tre saranno riuniti nel suo nome.

La Chiesa, popolo di Dio, è l’assemblea in ascolto della parola di Dio e che alla luce di questa parola vede il mondo con gli occhi del cuore rinnovati dalla grazia.


Un servizio

Data la difficoltà di scoprire insieme i segni del Regno e quindi del Disegno che è la nostra speranza e il nostro impegno e data l’ampiezza del soggetto chiamato a partecipare a questa ricerca, che è tutta l’umanità, ha senso che qualcuno si dedichi a favorire questa comunicazione. Le opportunità per fare questo sono cresciute moltissimo ma anche gli ostacoli.


Una consacrazione

Riscoperta la natura di una vera consacrazione nella santità che opera in noi lo Spirito, il servizio di cui sopra può essere considerato una forma esigente della consacrazione.



Carissimo Gianni, se sei arrivato fino in fondo a questa lettura ti ringrazio della straordinaria pazienza che hai esercitato e ti saluto con tanta amicizia.




Pio

Lettere spirituali

Lettere a Gianni 2004 - 2005